giovedì 20 novembre 2014

DALLA MEMORIA STORICA 
OGGI 21 NOVEMBRE SI RICORDA IL TRANSITO DEL SERVO DI DIO PADRE GIORGIO GUZZETTA (1682-1756)
dalla
VITA DI PADRE GIORGIO GUZZETTA
Giovanni D’ANGELO





C A P O XX

Del fine della preziosa Vita del P. Giorgio.

I. Il P. Giorgio Gazzetta, il quale per tutto il tempo della sua vita crocifisse la sua carne con le sue cupidigie, visse sempre persuaso, che il ricordarsi spesso della morte, lo teneva allontanato dal peccato, e dall’attaccamento alle cose di quaggiù, e facendogli odiar la babilonica schiavitù di questa terra, aspirar gli facea la celeste Gerusalemme, onde sempre alla sua mente chiamava il pensiero della morte. Negli ultimi anni della sua vita scrivendo a’ suoi più confidenti, dava fine alle lettere con quel bello sentimento di S. Paolo : Ecce ego jam delibor, et instat tempus resolutionis meae. Il pensiero della morte non potea affatto arrecargli amarezza, né pena, né dolore, ma piuttosto eragli di gioia, e di allegrezza. Facea egli così vedere in sé quello, che ancor l’umana filosofia non ha saputo comprendere, cioè, che i Santi illuminanti dalla fede, ed animati dalla grazia di Gesù Cristo ardentemente braman la morte, perché non vivon secondo le passioni loro, perché son disgutati de’ piaceri, e delle ricchezze mondane, perché aspettano una nuova creazione.

Figlia – così disse una fiata ad un divoto giovine Novizio di sua Congregazio-ne – son fuori di me stesso per la piena consolazione, che provo al solo riflesso, che poco di vita mi rimane, e fra breve disciolto da questo terreno ingombro andrò a svelatamente godere il mio Dio.

II. Egli per grazia del Signore accordatagli fu presago della sua morte. Alcuni de’ suoi amici negli ultimi anni del suo vivere desiderando, che si provedesse di ve-stimenta, di cui erane molto sprovveduto. Non occorre, gli disse, pensare a tanto, perché io morrò nel mese di Novembre. Quindi fu, che pochi anni prima di terminare la sua vita, visse con più di fervore. Allora amò vieppiù ardentemente la solitudine, impiegò maggior tempo nell’orazione, parlava sempre della morte, mandava de’ santi affettuosi sospiri verso la patria de’ Santi, era più rassegnato alle disposizioni del cielo, e diede maggiori prove della sua umiltà, di pazienza, e di mansuetudine secondo le diverse occasioni, in cui era per trovarsi.

III. Il Signore perciò volendo negli ultimi giorni della vita del nostro Servo di Dio vie meglio provare l’amor di lui verso di sé, permise, che da non pochi la con-dotta del P. Giorgio fosse stata considerata finta, e sprovveduta della necessaria prudenza, e delle vere massime di una soda morale; onde da più persone fu sprezzato, e vilipeso. Ma non pertanto il suo cuore, il quale tutto alla direzione del suo Dio erasi dato, poté restare abbattuto, ma si rese un maggiore spettacolo di pazienza, di mansuetudine, e di umiltà. Allora con vera rassegnazione di spirito solea spesso ripetere: Si bona accepimus de manu Dei, mala autem quare non suscipiamus? e nella mente avea, e spesso replicava quel ricordo del Redentore: Mittam, vos tamquam agnos inter lupos.

IV. Ma al P. Giorgio insensibilmente cominciavano a mancare le forze, ed il naturale vigore della sua macchina. Per la qual cosa ad insinuazione di un suo confi-dente portasi alla Terra del Parco, per lì poter godere di un’aria più salutare, che altre volte avea sperimenta alla sua salute più giovevole. Sebben sulle prime si fosse un poco rimesso in salute, ricadde però poi nel primiero suo stato. Monsignor D. Giuseppe Barlotta, che ivi trovavasi, essendo egli Abate della Chiesa di quella popolazione, avendo ciò veduto, amorosamente seco condur lo volle alla terra di Partenico con la speranza, che quivi meglio il P. Giorgio in forze potea ristabilirsi. Colà adunque il Servo di Dio essendo arrivato, alloggiar volle nel convento de’ Padri del Carmine, e sollecito non men della salute della sua anima, che di quella del prossimo segue ancora a travagliare per la vigna di Gesù Cristo. Rimise di fatti allora in assetto alcuni beni del collegio di Maria della Piana, che con la sua cooperazione eransi acquistati, né da’ suoi occhi, e dal suo pensiero allontanò la memoria della morte. Un giorno scender volle nella sepoltura de’ Padri di quel convento, e per il suo cadavere scelse una delle nicchie di quel luogo. Dicevangli que’ buoni Religiosi, che coll’aria di quel paese era forse per riprendere il perduto vigore, ed uno de’ Padri decrepiti di toccare piuttosto a sé quella sorte, perché più in età avanzato. Il P. Giorgio però con animo tranquillo, e sereno replicò, che diversamente dovea avvenire, ed in fatti avverossi ciò, ch’egli dicea. Dopo pochi giorni il suo stomaco tanto debole si rese, che neppur digerir potea il cibo, che scarsamente prendea. Indi altri mali gli sopragiunsero. Fu travagliato da un’ostinata diarrea, e da tali svenimenti, che la sua morte sembrava vicina. In tale stato ei trovandosi, non dimenticavasi, sebbene in mezzo a’ dolori, ed agli affanni, del suo Dio. Bramava piuttosto patire, che morire, e non esser qui in terra perdonato, per ricever la su nel cielo il perdono. Seguì per sempre la pratica de’ santi doveri della cattolica religione, e del suo stato invidiabile di Filippino. Non tralasciava di celebrare il Sacrificio della Santa Messa, ed interveniva più volte al coro di quella Chiesa in compagnia de’ Monaci avanti il Sacramentato Signore. Le sue indisposizioni imperversando, adempì agli estremi doveri dell’augusta nostra religione con essersi premunito del pane degli Angeli, che ricevé con segni di somma divozione. I Padri Carmelitani di Partenico, non pochi Ecclesiastici di quel paese, ed anche alcuni pii secolari assister vollero in que’ momenti il vero Cattolico, il Filippino virtuoso, l’eroe de’ Greci-albanesi, l’uomo grande, ed illustre, ed egli tutti trattenendo intorno a sé con santi ragionamenti, di non lieve ammirazione rendeasi per la sua eroica pazienza e piena rassegnazione alla volontà del suo amato Signore.

V. Essendosi intanto sparsa per tutta la Sicilia l’infausta notizia di sì grave malattia del P. Giorgio, la Congregazione di Palermo, come altresì quella della Piana, ognuna mandò per assisterlo uno de’ loro Padri. Della prima ne fu spedito il P. Salvadore Colonna, soggetto e per la sua pietà, e per la sua dottrina in oggi ben noto, al quale fe’ compagnia il P. Rettore, ed il P. Ministro del Seminario greco - albanese. Il P. Giorgio benignamente accolse questi Padri amorosi, e ringraziolli de’ loro buoni uffizj verso la sua persona dimostrati, ma nondimeno mostrò di essergli assai grave, lo aver loro intrapreso un viaggio non indifferente in tempo d’inverno. Avendo avuta nuova dell’ottimo stato di floridezza del suo Seminario, e della Congregazione della Piana, anche trovandosi a morte vicino, ne dimostrò del sommo piacere, e del compiacimento.

VI. Frattanto fu munito del Sacramento dell’Estrema Unzione, che ricevé con religioso rispetto, e con gran fervore sino a rispondere con assai languida voce egli stesso alle preghiere dalla Chiesa ordinate. L’anima sua era di certo inondata da una pace veramente cristiana, e dalla soave coscienza della virtù. Si fe’ vedere in ogni momento della vita, che rimanevagli in quelli ultimi momenti avido, e pronto di voler raggiungere l’Essere Supremo. Da alcuni fu udito, che tranquillamente, e con animo sereno cantava, ma tanto fievolmente, che distinguer non sì poté, qual sorta di canto avesse profferito. Taluni credettero essere stati degl’inni greci in lode della Signora Santissima a lui molto familiari, massime quando avvicinavasi alcuna delle di lei sollennità, com’era allora, dovendosi celebrar la festa della Presentazione al tempio. Quindi di forze del tutto divenuto privo si vide impegnar le poche ore, che rimanevangli, alla contemplazione delle cose del cielo. Al buon Padre poi, che con carità singolare assistevalo, già avvisandogli vicina la morte con quelle parole del Real Profeta: In Domum Domini ibimus: sì appunto rispose: In domum Domini ibimus. Morì in età di anni 75, nel giorno vigesimo primo di Novembre sull’ore sedici, giorno consecrato alla solennità della Presentazione di Maria Santissima al Tempio, di cui erasi ascritto schiavo fedele nel ruolo della miracolosa Immagine, che sotto titolo di Liberatrice dalle pene dell’inferno, adorasi con ispecial, e divoto culto nella nostra Chiesa cattedrale di Palermo, non solo da’Palermitani, ma ancora dal popolo di più paesi di Sicilia. Il suo corpo rimase in forma di chi tranquillamente dorme, e riposa, non arrecando verun orrore, ma piuttosto movendo a divozione.
21 novembre 

Ingresso al Tempio della

 Santissima Madre di Dio

È una festa mariana, sorta a Gerusalemme in seguito alla dedicazione della Basilica di S. Maria la Nuova, avvenuta il 21 novembre 543. Sembra che in seguito la memoria della dedicazione si sia trasformata in memoria locale della Presentazione di Maria al Tempio. Si diffuse dopo in tutto l’oriente, e solo intorno al VII-VIII sec. a Costantinopoli. In occidente si affermò nel 1371, quando papa Gregorio XI ne autorizzò la celebrazione in alcune Chiese e nella Curia pontificia di Avignone. A Roma venne introdotta da papa Sisto IV, ma soppressa dopo un secolo da papa Pio V, perché festa che trae origine dai vangeli apocrifi. Verso la fine del 1500 venne ristabilita a papa Sisto V, che la impose a tutta la Chiesa come festa mariana minore.
La festa ha come sua base il racconto contenuto nel testo apocrifo denominato Protovangelo di Giacomo, in cui si narra che: «Quando Maria ebbe due anni, Gioacchino disse: “Portiamola nel Tempio del Signore per compiere la promessa da noi fatta, per paura che il Signore non ce la richiami e non risulti sgradito il nostro dono.” Ma Anna rispose: “Aspettiamo il terzo anno, affinché non cerchi suo padre o sua madre”. E Gioacchino disse: “Aspettiamo”. Quando la bambina ebbe tre anni, Gioacchino disse: “Invitiamo le figlie degli ebrei, quelle senza macchia; prendano in mano, ciascuna, una lucerna, e siano accese, affinché ella non si volga indietro e il suo cuore non sia trattenuto fuori dal Tempio del Signore.” E così fecero fino a quando non furono saliti al Tempio del Signore. Il Sacerdote l’accolse, l’abbracciò, la benedisse ed esclamò. “Il Signore ha magnificato il tuo nome in tutte le generazioni. In te, negli ultimi giorni, il Signore manifesterà la sua salvezza ai figli d’Israele.” E ritornarono i suoi genitori pieni di stupore, lodando e glorificando il Signore Iddio perché la bambina non si era voltata indietro, verso di loro. Ora Maria dimorava nel Tempio del Signore come una colomba e riceveva il cibo dalle mani di un angelo».
Si comprende bene che il fatto storico raccontato ha poca probabilità di essere considerato autentico. Tuttavia, al di là dell’aspetto leggendario, il racconto racchiude un intenso significato spirituale.
Maria è creatura perfetta, modello ideale di tutta l’umanità, che ottiene la grazia senza pari di dare vita umana al Figlio di Dio, Salvatore del mondo. La festa della presentazione delinea i tratti della perfezione della Vergine. Ella viene portata al Tempio per rimanervi ed esservi offerta al Signore, divenendo così un’offerta ed incenso di soave odore per il Datore di ogni cosa (apòsticha del vespro). Quest’entrata vuole significare la totale dedizione di Maria alla ricerca del Signore. Inoltre lasciare la casa paterna e recarsi al Tempio come offerta gradita a Dio significa lasciare tante cose, porgere l’orecchio alla Parola, avvicinarsi ed ascoltare la voce del Signore. Il Tempio inoltre evoca l’aspetto più specifico del divino, tremendo per le stesse Potenze celesti. Maria, quindi, penetra in questa sfera impenetrabile per essere iniziata ai suoi misteri e diventare degna della sua missione.
I tropari della festa riprendono diverse volte il fatto ricavato dall’Apocrifo, secondo cui Maria nel tempio era nutrita da un angelo. Anche questa espressione nasconde un autentico significato. Nel Tempio la Vergine deve essere nutrita e cresciuta per diventare la Madre di Dio. L’essere nutrita da mano d’angelo s’inserisce nella linea di generazione di figli di Dio come s. Giovanni descrive nel suo Vangelo: il Verbo di Dio ha dato il potere di diventare figli di Dio a quelli che credono nel suo nome, i quali sono generati da Dio stesso, (1,12-13). Dunque, quest’espressione viene a significare la crescita di Maria nella conoscenza dei misteri di Dio, acquistata non dalla sapienza umana ma dalla potenza di Dio. Inoltre, nutrito di questo pane della Parola di Dio, Maria diventerà capace di generare il vero pane, sorgente di vita per il mondo.
I tropari della festa mettono in risalto il valore del Tempio della legge, ma presentano in primo luogo Maria come Tempio superiore, in quanto Ella è Tempio animato, vivente e umano con le sue ricchezze spirituali e umane che entra nel Tempio per mettersi all’ascolto della parola vivificatrice di Dio. D’altra parte Maria è anche definita come Tabernacolo santificato del nostro Dio, Tempio santissimo del nostro Dio, il quale santifica ogni cosa; vero Tempio divino portato dall’infanzia al tempio di Dio, ed apparsa come ricettacolo della luce divina. Tutte queste immagini esprimono il mistero della divina maternità della Vergine, nonché il suo ruolo nell’economia del mistero della salvezza. Maria è la porta tramite la quale il Signore viene a noi ed entra nel mondo per portarci la salvezza, è lo strumento di congiunzione tra il divino e l’umano, per mezzo della quale viene distrutta l’antica maledizione e si realizza l’attesa dei secoli.

Bibliografia
Anthològhion, volume I, Roma 1999, 928-944.
FEDERICI T., Resuscitò Cristo! Commento alle letture bibliche della Divina Liturgia bizantina, Palermo 1996, 1213-1218.
PASSARELLI G., Icone delle dodici grandi feste bizantine, Milano 2000, 80-93.
RAQUEZ O., Roma Orientalis. Approcci al patrimonio delle Chiese d’Oriente, Roma 2000, 63-71.
Le Synaxaire. Vies des Saints de l’Eglise Orthodoxe, adaptation francaise par Macaire, moine de Simonos-Petras, Tome I, Thessalonique 1987, 556-558.

sabato 15 novembre 2014

Domenica 16 Novembre 2014 


San Matteo, apostolo ed evangelista

San Matteo, apostolo ed evangelista (I sec.)


Sinassario 

Questo apostolo, chiamato anche Levi, era figlio di Alfeo ed 

era della Galilea e prima della sua chiamata era un 

pubblicano, ossia, raccoglieva le tasse per conto dei romani. 

Divenne uno dei Dodici Apostoli e compose in ebraico quello 

che viene considerato in ordine temporale il secondo dei 

quattro Vangeli canonici. In molte raffigurazioni 

iconografiche 

acanto al santo vi è ritratta l'immagine di un uomo, una delle 

simboliche creature viventi citate da Ezechiele ( Ez 1,10), 

che, come scrive sant'Ireneo è un simbolo della 

incarnazione 

del Salvatore.

Domenica 16 Novembre 2014

 San Matteo, apostolo ed evangelista

San Matteo, apostolo ed evangelista (I sec.)

LETTURE 
EPISTOLA :1Corinzi 4,9-16

Fratelli, ritengo infatti che Dio abbia messo noi, gli apostoli, all'ultimo posto, come condannati a morte, poiché siamo diventati spettacolo al mondo, agli angeli e agli uomini. Noi stolti a causa di Cristo, voi sapienti in Cristo; noi deboli, voi forti; voi onorati, noi disprezzati. Fino a questo momento soffriamo la fame, la sete, la nudità, veniamo schiaffeggiati, andiamo vagando di luogo in luogo, ci affatichiamo lavorando con le nostre mani. Insultati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; calunniati, confortiamo; siamo diventati come la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti, fino ad oggi.
Non per farvi vergognare vi scrivo queste cose, ma per ammonirvi, come figli miei carissimi. Potreste infatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri, perché sono io che vi ho generato in Cristo Gesù, mediante il vangelo. Vi esorto dunque, fatevi miei imitatori!

EVANGHELION

Matteo 9,9-13

Andando via di là, Gesù vide un uomo, seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì. Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?». Gesù li udì e disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori»

Domenica 16 NOVEMBRE 2014 ,

 VIII Domenica di S. Luca,e 

Memoria del santo apostolo ed evangelista Matteo,

tono pl.II.
VESPRO
Al Signore, ho gridato, 6 stichi del tonopl.II e del Santo:
Quando colui che penetra i cuori degli uomini * vide con divina prescienza * il tuo animo ispirato da Dio, * o apostolo, * e ti liberò dal mondo dell’iniquità, * allora ti rese luce universale, * comandandoti di illu¬minare e far risplendere * i confini della terra˚; * di lui tu sei stato fatto degno * di redigere il divino vangelo: * imploralo di salvare e illuminare le anime nostre.
Tu che dal banco della gabella * sei stato chiamato al discepolato, * quando l’eterno Verbo ti rivolse la parola, * inducendoti a seguirlo * e promettendoti che avresti avuto parte al regno, * allora, lasciando tutto, o beatissimo, * e separandoti dalla confusione tumultuosa, * con ardore lo se¬guisti˚; * e ora, o veggente, * chiaramente saziandoti * dell’ineffabile contemplazione di lui, * sup¬plicalo di salvare e illu¬minare * le anime nostre.
Un acuto sguardo profetico * ha certamente contem¬plato te, un tempo, * nella santa pietra che rotolava sulla terra˚ * abbattendo le macchine da guerra dell’inganno; * e il Verbo enipostatico, o sapientissimo, * ti ha reso luce del mondo * e araldo di giustizia e verità, * risplendente per i bagliori della luce trisolare, * o venerabilissimo: * supplicalo di salvare e illuminare * le anime nostre.
Gloria. Tono 4.
Prontamente hai seguito Cristo * che ti chiamava al celeste discepolato, * o ispirato da Dio, * respingendo da te in un sol colpo * ogni occupazione nelle cure terrene; * assumendo infatti docilmente * un sentimento degno del regno superno, * ti sei allontanato dall’abbietta condotta * e dalla gloria vana, * divenendo da pubblicano evan¬gelista, * luce di quelli che sono nelle tenebre * e guida degli erranti alla salvezza: * ed ora sei anche ferventissimo intercessore * per tutto il mondo * e custode che sal¬va, o Matteo, * quelli che ti onorano.
Ora e sempre. 
Theotokíon. Tu che sei stato chiamato dall’Altissimo.
Tu hai portato in grembo, * o beata in Dio, * il Creatore dell’universo * che ha assunto un corpo, * per riplasmare l’uomo, * un tempo caduto per la trasgressione, * tramite il serpente˚. * Tu hai ineffabilmente generato il Dio Verbo, * o pura, * e col tuo parto hai liberato dalla corruzione * tutta la creazione invecchiata; * noi dunque celebriamo e glorifichiamo la tua grazia, * o Vergine senza nozze: * con essa proteggi e salva * quelli che con fede ti glorificano.
Allo stico, stichirá prosómia.
Tono 4. Come generoso fra i martiri.
Con la tromba delle tue parole, * hai chiamato a raccolta gli uomini * nella conoscenza di Dio, * o tu che sei ovunque celebrato, * hai scacciato dalla terra le accolte dell’in¬ganno * e hai unito i fedeli in unanimità perfetta; * ora tu intercedi perché siano liberati * da corruzione e pericoli * coloro che celebrano con fede * la tua memoria sempre venerabile.
Stico: Per tutta la terra è uscita la sua voce e sino ai confini del mondo le sue parole.
Colui che con una lingua di fuoco * ti ha armato dello Spirito˚, * ti ha reso forte guerriero * contro l’inganno, o apostolo: * il Cristo Dio nostro, * dal quale hai ricevuto fulgidi * i premi della grazia. * Supplicalo di liberare * da corruzione e pericoli * quelli che celebrano con fede * la tua memoria sempre venerabile.
Stico: I cieli narrano la gloria di Dio, e il firmamento annuncia l’opera delle sue mani.
Protendendo lo sguardo * alle profondità dello Spirito, o apostolo, * hai contemplato l’inesauribile ricchezza: * attin¬gendo da essa la grazia generosa, * l’hai evan¬gelicamente elargita a tutti noi˚; * e ora tu intercedi * perché siano liberati * da corruzione e pericoli * quelli che celebrano con fede * la tua memoria sempre venerabile.
Gloria. Tono pl. 2.
Dalle profondità estreme del male, * come aquila dall’alto volo * sei prodigiosamente asceso * fino alle eccelse vette della virtú, * o Matteo degno di ogni lode; * tu hai infatti seguito le orme * di colui che copre i cieli con la sua potenza˚ * e della sua intelligenza riempie tutta la terra, * il Cristo, * e di lui ti sei mostrato * ardente disce¬polo in tutto, * evangelizzando pace, vita e salvezza * a quelli che piamente ubbidiscono * ai suoi divini precetti: * in essi guida anche noi, * perché siamo graditi al Creatore * e proclamiamo te beato.
Ora e sempre. Theotokíon.
O Madre-di-Dio, tu sei la vera vite * che ha prodotto il frutto della vita˚. * Noi ti imploriamo: * intercedi, o Sovrana, * insieme con gli apostoli e tutti i santi, * perché sia fatta mise¬ricordia * alle anime nostre.
Apolytíkion. Tono 3.
Santo apostolo ed evangelista Matteo, * intercedi presso il Dio misericordioso * perché conceda alle anime nostre * la remissione delle colpe.
Theotokíon.
Celebriamo in te * colei che è stata mediatrice * per la salvezza della nostra stirpe, * o Vergine Madre-di-Dio: * poiché con la carne da te assunta, * il Figlio tuo e Dio nostro, * accettando di patire sulla croce, * ci ha redenti dalla corruzione, * lui, che è amico degli uomini.
OGGI 15 NOVEMBRE  2014  
Inizia la Quaresima del Natale
Sinassario

In questo giorno nelle Chiese di tradizione bizantina inizia il periodo lungo quaranta giorni in preparazione alla nascita nella carne del Signore Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo.


L' INCARNAZIONE: NUOVA CREAZIONE


“Colui che, fatto a immagine di Dio, era perito per la trasgressione, divenendo preda della corruzione, decaduto dalle altezze della vita divina, il sapiente Artefice di nuovo lo plasma”.

Così canta la prima ode del canone di Cosma di Gerusalemme, vescovo di Maiuma (sec. VII-VIII), che si usa tuttora nell’Orthros di Natale. Il canone è una composizione poetica di 9 odi inserita generalmente al mattutino della liturgia bizantina e, in forme poetiche, commenta il mistero celebrato e ne spiega., a modo di mistagogia, il significato. La prima ode oltre all’irmos comprende tre tropari.

Nel canone di Natale l’innografo presenta il mistero dell’incarnazione del Verbo di Dio e l’effetto di redenzione e di rinnovamento nell’uomo, descrivendo l’evento come una nuova creazione – lo plasma di nuovo - in relazione alla creazione dei progenitotori Adamo ed Eva.

L’uomo era stato fatto “ad immagine di Dio” (primo tropario); era poi “decaduto dalle altezze divine” divenendo “preda della corruzione” a causa della “trasgressione”.

Il Creatore, “vedendo perdersi l’uomo” - che egli aveva fatto con le sue mani e il suo soffio - “piegati i cieli discende in terra e ne assume tutta la sostanza umana dalla Vergine pura”. Egli Dio vero da Dio vero, si fa uomo “prendendo veramente carne”. (secondo tropario). Egli è vero Dio quindi e vero uomo.

L’uomo “era perito per la trasgressione”, ed era decaduto in uno stato di corruzione. L’uomo “andava perdendosi”. Il male non aveva agito una volta per sempre, ma manteneva il suo deleterio influsso su ogni generazione, in un dinamico processo di perdizione.

Ma Dio non poteva vedere che l’opera delle sue mani e il suo progetto creativo andasse alla malora. “Il Cristo Dio, Sapienza,, Verbo, Potenza, Figlio e Splendore del Padre, restando nascosto a tutte le potenze ultramontane e terrestri, fatto uomo, ci ha riacquistati”. Eravamo opera sua e ci ha recuperati, ci ha riscattati, ci ha redenti, ci ha riacquistati al prezzo del suo sangue. Ci ha giustificatu. “Il Sapiente Artefice di nuovo lo plasma”, di nuovo crea l’uomo. E lo avvia per sentieri raddrizzati per le vie del cielo.

Un secondo irmos giambico del giorno spiega: “Nascendo volontariamente dalla Vergine, apre per noi un sentiero praticabile per i cieli”. I tropari del giorno orientano l’uomo, fatta nuova creatura, all’incontro salvifico con Dio usando varie forme poetiche.”Cristo scende dai cieli, andategli incontro; Cristo è sulla terra, elevatevi” (irmos della prima ode).

Il canone di Cosma ha il seguente acrostico, che costituisce un kerygma e una professione di fede: “Cristo fatto mortale, rimane qual era Dio”. E ogni tropario si conclude con una formula che dopo ogni tropario il popolo ripeteva come artificio didattico di apprendimento: “Perché si è glorificato”. Il Verbo di Dio nella sua epifania, nella sua opera di salvezza “si è glorificato”, ha manifestato la su potenza, sapienza e benevolenza vero l’umanità. La sua gloria.

mercoledì 12 novembre 2014

Dalla LETTERA DEL SOMMO PONTEFICE BENEDETTO XVI 
   IN OCCASIONE DEL XVI CENTENARIO  
DELLA MORTE DI SAN GIOVANNI CRISOSTOMO

Venerati Fratelli nell’episcopato e nel sacerdozio,
carissimi fratelli e sorelle in Cristo!

.........Per il Crisostomo, l’unità ecclesiale che si realizza in Cristo è testimoniata in modo del tutto peculiare nell’Eucaristia. Denominato “dottore eucaristico” per la vastità e la profondità della sua dottrina sul santissimo Sacramento»[53], egli insegna che l’unità sacramentale dell’Eucaristia costituisce la base dell’unità ecclesiale in e per Cristo. «Certo ci sono molte cose per tenerci uniti insieme. Una mensa è apparecchiata davanti a tutti … a tutti è stata offerta la stessa bevanda o, piuttosto, non solo la stessa bevanda ma anche lo stesso calice. Il nostro Padre, volendo condurci ad un tenero affetto, ha disposto anche questo, che noi beviamo da un solo calice, cosa questa che si addice ad un amore intenso»[54]. Riflettendo sulle parole della Prima Lettera di san Paolo ai Corinzi, «Il pane che noi spezziamo non è forse comunione con il corpo di Cristo?»[55], Giovanni commenta: per l’Apostolo dunque, «come quel corpo è unito a Cristo, così anche noi siamo uniti a Lui per mezzo di questo pane»[56]. E ancor più chiaramente, alla luce delle successive parole dell’Apostolo: «Poiché noi, pur essendo molti, siamo un solo pane, un solo corpo»[57], Giovanni argomenta: «Che cos’è il pane? Il Corpo di Cristo. E che cosa diventano essi quando lo mangiano? Il corpo di Cristo; non molti corpi, ma un solo corpo. Come il pane, pur composto da molti chicchi, diventa uno … così anche noi siamo uniti sia l’uno all’altro che a Cristo … Ora, se siamo nutriti da uno stesso pane e diventiamo tutti la medesima cosa, perché non mostriamo anche lo stesso amore, così da diventare anche sotto questo aspetto una cosa sola?»[58].
La fede del Crisostomo nel mistero d’amore che lega i credenti a Cristo e tra di loro lo condusse ad esprimere una profonda venerazione per l’Eucaristia, una venerazione che alimentò particolarmente nella celebrazione della Divina Liturgia. Una delle più ricche espressioni della Liturgia orientale porta appunto il suo nome: “La Divina Liturgia di San Giovanni Crisostomo”. Giovanni capiva che la Divina Liturgia pone spiritualmente il credente tra la vita terrena e le realtà celesti che gli sono state promesse dal Signore. Egli esprimeva a Basilio Magno il suo timore reverenziale nel celebrare i sacri misteri con queste parole: «Quando tu vedi il Signore immolato giacere sull’altare e il sacerdote che, stando in piedi, prega sulla vittima… puoi ancora pensare di essere tra gli uomini, di stare sulla terra? Non sei, al contrario, subito trasportato in cielo?». I sacri riti, dice Giovanni, «non sono solo meravigliosi da vedere, ma straordinari per il timore riverenziale che suscitano. Lì sta in piedi il sacerdote… che fa scendere lo Spirito Santo, egli prega a lungo che la grazia che scende sul sacrificio possa in quel luogo illuminare le menti di tutti e renderle più splendide dell’argento purificato nel fuoco. Chi può disprezzare questo venerando mistero?»[59].

Con grande profondità il Crisostomo sviluppa la riflessione sugli effetti della comunione sacramentale nei credenti: «Il sangue di Cristo rinnova in noi l’immagine del nostro Re, produce una bellezza indicibile e non permette che sia distrutta la nobiltà delle nostre anime, ma di continuo la irriga e la nutre»[60]. Per questo Giovanni spesso e insistentemente esorta i fedeli ad accostarsi degnamente all’altare del Signore, «non con leggerezza … non per abitudine e formalità», ma con «sincerità e purezza di spirito»[61]. Egli ripete instancabilmente che la preparazione alla Santa Comunione deve includere il pentimento dei peccati e la gratitudine per il sacrifico compiuto da Cristo per la nostra salvezza. Pertanto egli esorta i fedeli a partecipare pienamente e devotamente ai riti della Divina Liturgia e a ricevere con le stesse disposizioni la Santa Comunione: «Non lasciate, ve ne supplichiamo, che siamo uccisi dalla vostra irriverenza, ma avvicinatevi a Lui con devozione e purezza, e quando lo vedete posto davanti a voi, dite a voi stessi: “In virtù di questo corpo io non sono più terra e cenere, non sono più prigioniero, ma libero; in virtù di questo io spero nel paradiso, e di riceverne i beni, l’eredità degli angeli, e di conversare con Cristo”»[62].

Naturalmente, dalla contemplazione del Mistero egli trae poi anche le conseguenze morali in cui coinvolge i suoi uditori: a loro egli ricorda che la comunione con il Corpo e il Sangue di Cristo li obbliga a offrire assistenza materiale ai poveri e agli affamati che vivono tra di loro[63]. La mensa del Signore è il luogo dove i credenti riconoscono ed accolgono il povero e il bisognoso che forse prima avevano ignorato[64]. Egli esorta i fedeli di tutti i tempi a guardare oltre l’altare su cui è offerto il sacrificio eucaristico e a vedere Cristo nella persona dei poveri ricordando che grazie all’aiuto prestato ai bisognosi essi possono offrire sull’altare di Cristo un sacrificio gradito a Dio[65].

4. Conclusione

Ogni volta che incontriamo questi nostri Padri – ha scritto il Papa Giovanni Paolo II a proposito di un altro grande Padre e Dottore, san Basilio, «ne siamo confermati nella fede e incoraggiati nella speranza»[66]. Il XVI centenario della morte di san Giovanni Crisostomo offre un’occasione assai propizia per incrementare gli studi su di lui, recuperarne gli insegnamenti e diffonderne la devozione. Alle varie iniziative e celebrazioni, che vengono organizzate in occasione di questo XVI centenario, sono spiritualmente presente con animo grato e bene augurante. Vorrei anche esprimere il mio desiderio ardente che i Padri della Chiesa «nella cui voce risuona la costante Tradizione cristiana»[67] divengano sempre di più un punto fermo di riferimento per tutti i teologi della Chiesa. Tornare a loro significa risalire alle fonti dell’esperienza cristiana, per assaporarne la freschezza e la genuinità. Quale miglior augurio potrei, dunque, rivolgere ai teologi che quello di un rinnovato impegno nel ricuperare il patrimonio sapienziale dei santi Padri? Non potrà che venirne un arricchimento prezioso per la loro riflessione anche sui problemi di questi nostri tempi.

Mi piace terminare questo scritto con un’ultima parola del grande Dottore, nella quale egli invita i suoi fedeli – ed anche noi, naturalmente – a riflettere sui valori eterni: «Per quanto tempo ancora saremo inchiodati alla realtà presente? Quanto ancora ci vorrà prima che possiamo riscuoterci? Per quanto ancora trascureremo la nostra salvezza? Lasciateci ricordare ciò di cui Cristo ci ha ritenuti degni, lasciate che lo ringraziamo, lo glorifichiamo, non solo con la nostra fede, ma anche con le nostre opere effettive, che possiamo ottenere i beni futuri per la grazia e l’amorevole tenerezza del nostro Signore Gesù Cristo, per il quale e con il quale sia gloria al Padre e allo Spirito Santo, ora e nei secoli dei secoli. Amen»[68].

A tutti la mia Benedizione!

Da Castel Gandolfo, il 10 agosto dell’anno 2007, terzo di Pontificato

BENEDICTUS PP. XVI.
Vita di San Giovanni Crisostomo

  


            “Crisostomo”, vale a dire “bocca d'oro”, fu il soprannome dato a Giovanni a motivo del fascino suscitato dalla sua arte oratoria. Nato ad Antiochia in una data non precisabile tra il 344 e il 354, Giovanni si dedicò agli studi di retorica sotto la direzione del celebre Libanio; pare che questi lo stimasse a tal punto da rispondere a chi gli chiedeva chi volesse come suo successore: “Giovanni, se i cristiani non me lo avessero rubato!” Dopo aver ricevuto il battesimo, Giovanni frequentò la cerchia di Diodoro, il futuro Vescovo di Tarso: nel gruppo di discepoli che si radunavano attorno a costui imparò a leggere le Scritture secondo il metodo antiocheno, attento alla spiegazione letterale dei testi, e compì i primi passi lungo quel cammino spirituale che lo condurrà a lasciare la città e a vivere alcuni anni in solitudine sul monte Silpio, nei pressi di Antiochia.
            Rientrato in città, fu ordinato diacono dal Vescovo Melezio nel 381 e, cinque anni più tardi, presbitero dal Vescovo Flaviano, che gli fu maestro non solo di eloquenza, ma anche di carità e saldezza nella fede. Furono anni di intensa predicazione: Giovanni commentava le Scritture secondo i principi esegetici della scuola antiochena, aliena da ogni allegorismo e sostanzialmente fedele alla lettera del testo biblico. La predicazione di Giovanni si traduceva sovente in esortazione morale: ora, veniva presa di mira la passione per gli spettacoli che eccitava i cristiani di Antiochia, ora la rilassatezza dei costumi. Con grande zelo esorta a radicare la propria vita di credenti nella conoscenza delle Scritture, a vivere un'intensa vita spirituale senza ritenere che essa sia riservata soltanto ai monaci, a praticare la carità nella cura sollecita per il “sacramento del fratello”. “È un errore mostruoso credere che il monaco debba condurre una vita più perfetta, mentre gli altri potrebbero fare a meno di preoccuparsene ... Laici e monaci devono giungere a un'identica perfezione” (Contro gli oppositori della vita monastica 3, 14).
            Nel 397 Giovanni fu chiamato a Costantinopoli quale successore del Patriarca Nettario. Nella capitale dell'impero il nuovo Patriarca si dedicò con grande zelo alla riforma della Chiesa: depose i Vescovi simoniaci, combatté l'usanza della coabitazione di preti e diaconesse, predicò contro l'accumulo delle ricchezze nelle mani di pochi e contro l'arroganza dei potenti, e destinò gran parte dei beni ecclesiastici a opere di carità. Anche a Costantinopoli continua il suo ministero di predicatore della Parola e di operatore di pace. La sua opera di evangelizzazione si estende ai goti e ai fenici. Intransigente quando la fede è minacciata, predica l'amore per il peccatore e per il nemico. “Il popolo lo applaudiva per le sue omelie e lo amava”, afferma lo storico Socrate (Storia ecclesiastica 6, 4).
            Tutto questo gli procurò molti amici e molti nemici: amato dai poveri come un padre, fu osteggiato dai potenti, che vedevano in lui una temibile minaccia per i loro privilegi. L'inimicizia nei suoi confronti crebbe con l'ascesa al potere dell'imperatrice Eudossia. Costei, nel 403, con l'appoggio del Patriarca di Alessandria, Teofilo, indisse un processo contro Giovanni e lo fece deportare e condannare all'esilio. Il decreto di condanna fu revocato dopo poco tempo e Giovanni poté rientrare in diocesi, ma solo per pochi mesi. Durante la celebrazione della Pasqua del 404 le guardie imperiali fecero irruzione nella cattedrale della città provocando uno spargimento di sangue; vi furono disordini per diversi giorni. Poco dopo la festa di Pentecoste, Giovanni fu arrestato e nuovamente condannato all'esilio. Per evitare mali ulteriori, il Patriarca lasciò la casa episcopale uscendo da una porta secondaria; si congedò dai Vescovi riuniti in sacrestia e fece chiamare la diaconessa Olimpia e le sue compagne, che conducevano una vita comunitaria a servizio della chiesa nella casa accanto a quella del Vescovo. “Venite, figlie, ascoltatemi. Per me è giunta la fine, lo vedo. Ho terminato la corsa e forse non vedrete più il mio volto” (Palladio, Dialogo sulla vita di Giovanni Crisostomo, 10). Con queste parole il padre si accomiata dalle sue figlie spirituali.
Giovanni fece appello al papa Innocenzo I, che ne riconobbe l’innocenza; ma ciò nonostante fu costretto a lasciare Costantinopoli. Alla sua partenza vi furono tumulti in città: venne appiccato fuoco a una chiesa adiacente al palazzo del senato e questo fornì un pretesto alle autorità imperiali per arrestare e perseguitare i seguaci di Giovanni. Questi fu confinato a Cucuso, una piccola città dell'Armenia, ma anche in questo luogo sperduto era raggiunto dalle manifestazioni di affetto dei suoi fedeli, e così i suoi nemici provvidero a farlo partire per una sede ancora più lontana. Avrebbe dovuto raggiungere Pizio, sul Ponto, ma morì lungo il viaggio, a Comana, stremato dalle marce forzate a cui era stato sottoposto. Era il 14 settembre 407.
            “Gloria a Dio in tutto: non smetterò di ripeterlo, sempre dinanzi a tutto quello che mi accade!” (Lettere a Olimpia, 4). In queste parole troviamo condensata la testimonianza di Giovanni; anche in mezzo alle molte tribolazioni che occorre attraversare per entrare nel regno dei cieli (cf. At 14, 22), Giovanni “Boccadoro” ci insegna a cogliere la luce della risurrezione che già si sprigiona dalla croce e a portare la croce nella luce del Cristo risorto. Allora ogni discepolo può proclamare con gioia: “Gloria a Dio in tutto!”.
Il Martirologio romano, come pure i sinassari orientali, hanno iscritto la festa di Giovanni al 27 gennaio, anniversario del ritorno del corpo a Costantinopoli. Attualmente nel calendario romano la sua festa è celebrata il 13 settembre. Nello stesso giorno la festa è celebrata presso i siri. La Chiesa bizantina lo festeggia anche il 30 gennaio, insieme a San Basilio e a San Gregorio di Nazianzo, e il 13 novembre, giorno del suo ritorno dall'esilio. In Oriente si incontrano molti monasteri a lui dedicati. Dottore della Chiesa, Giovanni circonda con i Santi Atanasio, Ambrogio e Agostino, la Cattedra del Bernini nell'abside della Basilica Vaticana. Papa Giovanni XXIII pose il Concilio Vaticano II sotto la sua protezione.

dall'Osservatore Romana
      
    
13  NOVEMBRE 2014 
Memoria del nostro santo padre Giovanni Crisostomo,  arcivescovo di Costantinopoli (407).        

TREMBËDHIETËTA DITË E NËNDORIT  
ATI   SHEJT  J A N I  G 0 J A R T  
HRISOSTOMI i KOST.
  Në akoluthìn mbrëmësore

  Me melodhi të bukura le t ' lëvdojëm trumbetën të artë veglen të frimëzuarë  nga in'Zot,dejtin  çë ngë sos  i mësimevet,mbështetien e Klishës,mendien kjellore abyssin i díturis,puçerin gjithë ar çë derth lume mësimesh më të   ëmbël se mjajti e ujis kriesën
Celebriamo col canto * la tromba aurea, * lo strumento divinamente ispirato, * l'inesauribile oceano di dottrine, * il sostegno della Chiesa, * l'intelletto celeste, * l'abisso della sapienza, * il calice tutto d'oro * che versa fiumi di insegnamenti fluenti miele, * e irriga la creazione
Le të  nderoj më si nget Shën Janin me fialën e artë, Yllin  çë ngë perëndon  çë ndrit gjithë jetën me rrezet e mësimevet,Ligjëruesin i metanies,shpuzën gjithë ar,  çë fshijën lotët e të tmerrshmit Dëshpërim e dhrosis si me vesën zëmërat të prishura nga mëkata.
Onoriamo degnamente Giovanni dalla parola d'oro, l'astro senza tramonto * che illumina tutta la terra * con i raggi degli insegnamenti, * l'araldo della conversione * la spugna tutta d'oro * che toglie l'umida mollezza della terribile disperazione * e bagna i cuori logorati dai peccati.
Engjëlli dheut,njeriu i kjielliës dallëndysha    çë flet bukurë e me shumë zëre,thesari virtutëvet,shkëmbi çë ngë rrezohet shembëra e të besmëvet,Ai çë matet me Deshmorët e çë ë i të njëjtes rëndesi me ëngjëjit, çë te gjella e 'Tij kërkoi t'i glisëj Apostojvet, kloft madhëruar Gojarti .
Sia magnificato con inni il Crisostomo, * l'angelo terrestre  l’uomo celeste, * la rondine faconda e dalle molte voci, * il tesoro delle virtú, * la roccia che non si spezza, * il modello dei fedeli ' * l'emulo dei martiri, * colui che è pari ai santi angeli, * eguale nei costumi ai santi apostoli
lëvdi ....... Gloria. Tono pl. 2.
Shejti tri hërë i lum At,Delmeri i mirë imitues i Kryedelmerit  Krishtit, Ti çë vë përpara gjelliën t’ënde për deletnani,o i famëshëm JAN GOJART,lip me lutjet t’ote të kemi na shumë lipìsi.
  0 venerabile tre volte beato, * padre santissimo, * buon pastore, * discepolo del Cristo, pastore supremo, * tu che dai la vita per le pecore : * chiedi anche ora, * o Giovanni Crisostomo degno di ogni lode, * che per la tua intercessione ci sia donata* la grande misericordia*.       nani ....Ora e sempre. Stesso tono. Theotokíon.
Kush ngë të lumëron,o Virgjërë gjithë e shejte ? Lindien virgjërore kush ngë t'e këndon ? Pse i vetëmi ler BIRI çë pa kohë nga Ati shkë1kjen Ai vet isht çë leu ngah Ti,o e Dëlira . Perëndi tue klënë në naturë  të vet,mori naturën e njeriut për ne , jo në dy vetë i ndajtur,po u la t'e  njihiëm në dy naturë të  dalluame.Atij lutju , o e lumja Virgjërë, sa të ket lipisi për shpirtrat t'anë .
   Chi non ti dirà beata, o Vergine tutta santa*? * Chi non celebrerà il tuo parto verginale? * Perché l'Unigenito Figlio 1 che intemporalmente dal Padre è rifulso, * egli stesso, ineffabilmente incarnato, * è uscito da te, la pura: * Dio per natura per noi fatto uomo per natura , * non diviso in dualità di' persone, * ma da riconoscersi * in dualità di nature, senza confusione . * Imploralo, augusta beatissima, * perché sia fatta misericordia alle anime nostre.
Ingresso, Luce gioiosa, il prokímenon del giorno e le letture.
Lettura del libro dei Proverbi 
Del giusto si fa memoria tra le lodi, e la benedizione, del Signore è sul suo capo. Beato l'uomo che ha trovato la sapienza, e il mortale che conosce la prudenza,. Meglio è trafficare per essa che per tesori d'oro e d'argento. Essa è piú preziosa di pietre di gran valore: nessun oggetto pregiato può starle a fronte. Dalla sua bocca infatti esce la giustizia, e sulla lingua reca la legge e la misericordia. Ascoltatemi dunque, o figli, perché dirò cose sante: e beato l'uomo che custodirà le mie vie. Perché le mie uscite, sono uscite di vita, ed è pronta la benevolenza da parte del Signore. Perciò vi esorto e alzo la voce verso i figli degli uomini: Io,la sapienza, ho fondato il consiglio, la conoscenza e la riflessione, io le ho chiamate. Mio è il consiglio, mia la certezza, mia la prudenza, mia la forza. Io amo coloro che mi amano: quelli che mi cercano troveranno grazia. 0 semplici, imparate dunque la finezza, e voi indotti, rendete assennato il cuore. Ascoltatemi ancora, e dirò cose sante, svelerò con le mi labbra cose rette. La mia gola mediterà la verità: sono abominevoli davanti a  me le labbra mendaci. Sono dette con  giustizia tutte le parole della mia bocca, nulla vi è in esse di tortuoso o di perverso. Tutto ë retto per chi comprende, e diritto per quelli che trovano la conoscenza. Poiché io vi insegno cose vere, affinché la vostra speranza sia nel Signore, e siate ripieni di Spirito.
Lettura del libro dei Proverbi e della Sapienza di Salomone  

La bocca del giusto stilla sapienza, e le labbra degli uomini conoscono le grazie. La bocca dei sapienti medita la sapienza: e la giustizia li libera dalla morte. Alla morte di un uomo giusto, non è perdutala speranza, perché un figlio giusto nasce alla vita, e mieterà fra i suoi beni un frutto di giustizia. Luce sempiterna per i giusti; presso il Signore  troveranno grazia e gloria. La lingua dei sapienti conosce il bene, e nel loro cuore riposa la sapienza. Il Signore ama i cuori santi, e gli sono accetti tutti coloro che sono immacolati nel loro cammino. La sapienza del Signore illumina il volto dell'assennato: essa infatti previene quelli che la desiderano, prima di essere conosciuta, ed è facilmente contemplata da quelli che la amano. Chi di primo mattino la cerca non faticherà,e chi veglia per lei sarà presto senza affanni. Perché essa va in giro alla ricerca di quelli che sono degni di lei, e con benevolenza appare loro sui sentieri.
Mai il male prevarrà sulla sapienza. Per questo mi sono innamorato della sua bellezza, l'ho amata e l'ho ricercata dalla giovinezza, e mi sono studiato di prenderla come sposa.. Perché il Creatore dell'universo l'ha amata. Essa infatti è iniziatrice alla scienza di Dio, ed è lei che sceglie le sue opere. Le sue fatiche sono virtú: è lei che insegna temperanza e prudenza, giustizia e fortezza,, delle quali nulla è piú utile agli Uomini nella vita. Se poi uno desidera molta esperienza, essa sa farsi un'idea delle cose antiche e delle future; conosce le sottigliezze dei discorsi e le soluzioni degli enigmi; prevede segni e prodigi e le vicende dei tempi e delle epoche: è per  tutti buon consigliere. Perché in essa c'è immortalità, e buona fama nella partecipazione ai suoi discorsi. Per questo pregai il Signore, lo supplicai e gli dissi con tutto il cuore: Dio dei padri e Signore di misericordia, tu che hai fatto tutte le cose con la tua parola, e che con la tua sapienza hai creato l'uomo perché domini sulle creature fatte e governi il mondo con santità e giustizia: dam sapienza che siede con te in trono, e non mi escluder numero dei tuoi figli, perché io sono tuo servo e figlio della tua ancella. Mandala dalla tua santa dimora e dal trono d tua gloria, affinché mi assista e mi  insegni ciò che gradito, e mi guidi nella conoscenza e mi custodisca nella sua gloria. Perché i pensieri dei mortali sono tutti timidi  incerte le loro riflessioni.
Lettura del libro della Sapienza di Salomone    
Quando il giusto viene lodato, si rallegrano i popoli: il suo ricordo infatti è immortale, perché è noto a Dio e agli uomini, e la sua anima è gradita al Signore. Bramate  dunque, o uomini, la  sapienza, desideratela e ne riceverete  ammaestramento. Poiché il suo principio è amore e osservanza delle leggi. Onorate la sapienza, per regnare in eterno.Vi annuncerò e non vi nasconderò i misteri di Dio: poiché egli   stesso è guida della sapienza e correttore dei sapienti, e nella sua mano sta ogni prudenza e scienza nei lavori.
La sapienza artefice dell'universo mi ha ammaestrato: poiché vi è in essa uno spirito intelligente, santo; essa ë riflesso della luce eterna e immagine della bontà di Dio. Essa  forma amici di Dio e profeti. Essa è piú nobile del sole,e supera ogni costellazione di astri: paragonata alla luce, è' trovata superiore. Essa ha liberato dalle pene i suoi servi e li ha guidati per sentieri diritti. Ha dato loro una scienza santa, li ha custoditi da coloro che li insidiavano e ha assegnato loro la vittoria in una forte  lotta, affinché tutti conoscano che la pietà è piú potente di tutto e che mai il male prevarrà sulla sapienza, né la giustizia punitrice risparmierà i malvagi.Dicevano infatti in se stessi, con ragionamento non retto: Opprimiamo il giusto, non risparmiamo la sua dignità né rispettiamo l'annosa canizie del vecchio; la nostra forza ci sia legge. Tendiamo insidie al giusto perché ci  è di imbarazzo, si oppone alle nostre opere e ci attribuisce la responsabilità delle trasgressioni della nostra educazioe. Proclama di avere la conoscenza di Dio e si dichiara figlio del Signore. E’ divenuto un rimprovero ai nostri pensieri. Ci è di peso anche solo vederlo, perché la sua vita è diversa da quella degli altri e  sue vie sono tutt'altra cosa. Siamo stimati da lui come qualcosa di adulterato, si tiene lontano dalle nostre strade come da immondezze e proclama   beata la fine del giusto. Vediamo dunque se le sue parole sono vere, e verifichiamo ciò che.ne sarà. Mettiamolo alla prova con insulti e tormenti per conoscere la sua pazienza. Condanniamolo  a una morte infame, perché secondo le sue parole, verrà soccorso.
Questo hanno pensato e si sono ingannati, perché la loro malizia li ha accecati. Non hanno conosciuto i misteri di Dio, né hanno considerato che tu sei l'unico Dio che ha potere di  vita e di morte, che salva nel tempo della tribolazione e libera da ogni male: il pietoso e il misericordioso che dà grazia ai suoi santi e resiste col suo braccio ai superbi.
apostiha
T’falemi,o orgàn i Klishës i frimëzuar nga in’zot i art e i pëlkjlshëm; gluhë çë për mallin e njerëzëvet vjershët të ndryshmë të metanies na vizaton,o mendie me trajten e arit,da11ëndyshe me gojën e artë ;pë11umb fletat e tiçilit,si thonë msalmet,kanë ngjyrën të blertë të virtutëvet ; përrua si ari çë na derth ujërat; gojë e hjynushme e të hjynushmes dashuri për njerëzit dorëzane,lutu Krishtit Perënditë na ket shumë lipisi .  Tono pl. l.  .
Gioisci, amabile e ispirato strumento d'oro della Chiesa; * lingua che ci ha benevolmente descritto * le forme della penitenza; * aureo intelletto; * rondine dalla bocca d'oro, * colomba che, secondo la parola del salmo, * ha il dorso risplendente di riflessi d'oro, * nello smagliante verdeg-giare delle virtú ; * torrente tutto d'oro * che riversa i suoi  flutti; * bocca divina * che si fa garante della divina benevolenza. * Implora Cristo * perché mandi sulle anime nostre *la grande misericordia*.          
Stico:Goia jime ka t'flasënjë diturì  La mia bocca parlerà sapienza, e la meditazione del  mio cuore inteligenza.
           T’falemi,o At i të varfërvet ,ndihmë e shpejtë e të shtipurëvet, i të vapëkjëvet mbërshtetia,ushkjim për të urët të ndrejtur për të mëkatruamit i shpirtravet mjek mendie e mprehtë dhe te të shëndoshurit I zot, i të lartës theoloji përpikëria,i të Shkruamëvet e Shpirtit  Shejt kthie11tësia ,ligjë Vepruese, shembërë e drejtë   majë  dvfishe urtësie ku arrëjën kulmin veprat e soditia . Lutu o Shejt, Krishtit Perëndi,të ket për ne shumu lipisi.
Gioisci, padre degli orfani; * prontissimo soccorso di chi subisce ingiustizia; * provveditore dei bisognosi; * nutrimento egli affamati; * correzione dei peccatori; * accortissimo e venerabilis-simo medico delle anime; * rigore di eccelsa teologia; * chiarezza delle Scritture dello Spirito; * legge di fetta prassi; * regola rettissima; * contemplazione e pratiche sono gli apici della sapienza. * Implora Cristo * permandi sulle anime nostre * la grande misericordia*. 
 Stico: La bocca del giusto mediterà la sapienza, ma la lingua dell'iniquo andrà in rovina.
Goja e të drejtit ka t’mejtonjë dituri. Ti, o Shejt, vetëhen t'ënde e bëre një shpi e shejte virtutësh ku erdhën të rrijën atò si te një faltore e shejte dhe e pastrë. Vërteta me urtësi kjëvarrise ndienja e kurmit; si në një thesar i papre-kshëm    ruajte të pastër nga epshet shpirtin t'ënt.Prandai , o At i lum , tue i glar t'in’Zoti,u bëre i stolisur me jerarhjin, kryetar te Klisha e Krishtit të çilit Ti lutu,sa të ket shumë lipisi për jetën.
Hai reso te stesso * casa consacrata delle sacre virtú: * in te infatti hanno preso dimora, o padre, * come in un santo e purissimo tempio: * perché governando veramente i sensi del corpo, * hai custodito la tua mente pura dalle passioni ' * come in un inviolato tesoro; * divenuto cosí molto simile a Dio, * o beatissimo, * hai presieduto alla Chiesa, * adorno della dignità gerarchica, * e supplichi Cristo, * che dona al mondo * la grande misericordia*.        
  lëvdi ..... Gloria. Tono pl. 2.
0  Hrisostom, Ti vërteta kleve trumbeta me zërin i art tue derddhur mbi zëmërat e të besmëvet margaritarët e mësimevet t'atë të hjynushmë.Si thot Profeti,dolli zëri i mësimevet t'atëo AT i shejt, endriti gjithë kufinet e Botës .
Sei divenuto tromba dalla voce aurea, * o tu dall'aurea eloquenza, * o Crisostomo, * -orefice dei cuori dei fedeli *con* i tuoi insegnamenti frutto di auree fatiche: * poiché, come dice  il profeta, * è uscito il suono delle tue dottrine, * padre santo, * e ha illuminato i confini del mondo intero.          
nani ...... Ora e sempre. Theotokíon.
Zoti Krisht Bëresi e Liruesi jim,o e Dëlirë, tue dalë nga gjiri jit i veshur me mishët t'im, liroi Adhamin nga nëma e parë.Andai Tij,gjithë e shejite si vërteta Mëma e Perëndis e Virgjëreshë,po thomi pa pushim të falurit Engjë11it: Të falemi,o Zonjë, mbrojtie e pështri shëndetë e shpirtravet t'anë.
Il mio Creatore e Redentore, * il Cristo Signore. * procedendo dal tuo grembo, o tutta pura, * rivestendosi di me * , ha liberato Adamo dalla maledizione antica. * Per questo, o tutta pura, * noi gridiamo senza sosta a te, * veramente Ma dre-di-Dio e Vergine, * il 'Gioisci'dell'angelo: Gioisci, Sovrana, * avvocata, protezione e salvezza * delle anime nostre.                 

  APOLITIKJION  Apolytíkion. Tono pl. 4
Si një flakë e ndriti jetën e tërë tue shkëlkjìer ai hir i gojës s’ate, o i Shën Jan Gojarti , ajo gojë çë la vistare dorëgjerësie e na dëftoi të lartit e përunjësìs tue na mësuar me fialët t'ote. Lutu për ne Iisù  Krishtit  Perëndì sa të jen shelbur shpirtrat t'anë.
La grazia della tua bocca * ha illuminato tutta la terra, *  che come torcia rifulse ,ha illuminato la terra, ha deposto nel mondo tesori di generosità, * e ci ha mostrato la sublimità dell'umiltà. * Mentre dunque ammaestri con le tue parole, * o padre Giovanni Crisostomo, * intercedi presso il Verbo, Cristo Dio, per la salvezza delle anime nostre. Theotokíon   theotokjion
0 Ti çë për ne leve nga Virgjëra e durove Krikjien,o i Mirë,Ti tue shkelur mortien me vdekjien,na dëftove ngjallìen si Perëndì. Mos lembë nj'anë atà  çë Ti i dorën t'ënde gjeshe . Dëftò o Lipsiar,dashamirësin t'ënde,prir mirë Mëmën t'ënde çë të leu pse Ajo e Të parkales për ne e shpëtò,  o Shelbuesi jinë popullin të dëshpëruam.
Tu che per noi sei nato dalla Vergine * e ti sei sottoposto alla crocifissione*, * o buono, * tu che con la morte hai spogliato la morte, * e come Dio hai manifestato la risurrezione, * non trascurare coloro che con la tua mano hai plasmato , * mostra,o misericordioso, il tuo amore per gli uomini: * accogli, mentre intercede per noi, * la Madre-di-Dio che ti ha partorito, * e salva, o Salvatore nostro, il popolo che non ha più speranza.