mercoledì 22 febbraio 2012

MESSAGGIO DEL SANTO PADREBENEDETTO XVIPER LA QUARESIMA 2012
«Prestiamo attenzione gli uni agli altri, per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone»
(Eb10,24)

Fratelli e sorelle,
la Quaresima ci offre ancora una volta l'opportunità di riflettere sul cuore della vita cristiana: la carità. Infatti questo è un tempo propizio affinché, con l'aiuto della Parola di Dio e dei Sacramenti, rinnoviamo il nostro cammino di fede, sia personale che comunitario. E' un percorso segnato dalla preghiera e dalla condivisione, dal silenzio e dal digiuno, in attesa di vivere la gioia pasquale.
Quest’anno desidero proporre alcuni pensieri alla luce di un breve testo biblico tratto dalla Lettera agli Ebrei: «Prestiamo attenzione gli uni agli altri per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone» (10,24). E’ una frase inserita in una pericope dove lo scrittore sacro esorta a confidare in Gesù Cristo come sommo sacerdote, che ci ha ottenuto il perdono e l'accesso a Dio. Il frutto dell'accoglienza di Cristo è una vita dispiegata secondo le tre virtù teologali: si tratta di accostarsi al Signore «con cuore sincero nella pienezza della fede» (v. 22), di mantenere salda «la professione della nostra speranza» (v. 23) nell'attenzione costante ad esercitare insieme ai fratelli «la carità e le opere buone» (v. 24). Si afferma pure che per sostenere questa condotta evangelica è importante partecipare agli incontri liturgici e di preghiera della comunità, guardando alla meta escatologica: la comunione piena in Dio (v. 25). Mi soffermo sul versetto 24, che, in poche battute, offre un insegnamento prezioso e sempre attuale su tre aspetti della vita cristiana: l'attenzione all'altro, la reciprocità e la santità personale.
1. “Prestiamo attenzione”: la responsabilità verso il fratello.
Il primo elemento è l'invito a «fare attenzione»: il verbo greco usato è katanoein,che significa osservare bene, essere attenti, guardare con consapevolezza, accorgersi di una realtà. Lo troviamo nel Vangelo, quando Gesù invita i discepoli a «osservare» gli uccelli del cielo, che pur senza affannarsi sono oggetto della sollecita e premurosa Provvidenza divina (cfr Lc 12,24), e a «rendersi conto» della trave che c’è nel proprio occhio prima di guardare alla pagliuzza nell'occhio del fratello (cfr Lc 6,41). Lo troviamo anche in un altro passo della stessa Lettera agli Ebrei, come invito a «prestare attenzione a Gesù» (3,1), l'apostolo e sommo sacerdote della nostra fede. Quindi, il verbo che apre la nostra esortazione invita a fissare lo sguardo sull’altro, prima di tutto su Gesù, e ad essere attenti gli uni verso gli altri, a non mostrarsi estranei, indifferenti alla sorte dei fratelli. Spesso, invece, prevale l’atteggiamento contrario: l’indifferenza, il disinteresse, che nascono dall’egoismo, mascherato da una parvenza di rispetto per la «sfera privata». Anche oggi risuona con forza la voce del Signore che chiama ognuno di noi a prendersi cura dell'altro. Anche oggi Dio ci chiede di essere «custodi» dei nostri fratelli (cfr Gen 4,9), di instaurare relazioni caratterizzate da premura reciproca, da attenzione al bene dell'altro e a tutto il suo bene. Il grande comandamento dell'amore del prossimo esige e sollecita la consapevolezza di avere una responsabilità verso chi, come me, è creatura e figlio di Dio: l’essere fratelli in umanità e, in molti casi, anche nella fede, deve portarci a vedere nell'altro un vero alter ego, amato in modo infinito dal Signore. Se coltiviamo questo sguardo di fraternità, la solidarietà, la giustizia, così come la misericordia e la compassione, scaturiranno naturalmente dal nostro cuore. Il Servo di Dio Paolo VI affermava che il mondo soffre oggi soprattutto di una mancanza di fraternità: «Il mondo è malato. Il suo male risiede meno nella dilapidazione delle risorse o nel loro accaparramento da parte di alcuni, che nella mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli» (Lett. enc. Populorum progressio [26 marzo 1967], n. 66).
L’attenzione all’altro comporta desiderare per lui o per lei il bene, sotto tutti gli aspetti: fisico, morale e spirituale. La cultura contemporanea sembra aver smarrito il senso del bene e del male, mentre occorre ribadire con forza che il bene esiste e vince, perché Dio è «buono e fa il bene» (Sal 119,68). Il bene è ciò che suscita, protegge e promuove la vita, la fraternità e la comunione. La responsabilità verso il prossimo significa allora volere e fare il bene dell'altro, desiderando che anch'egli si apra alla logica del bene; interessarsi al fratello vuol dire aprire gli occhi sulle sue necessità. La Sacra Scrittura mette in guardia dal pericolo di avere il cuore indurito da una sorta di «anestesia spirituale» che rende ciechi alle sofferenze altrui. L’evangelista Luca riporta due parabole di Gesù in cui vengono indicati due esempi di questa situazione che può crearsi nel cuore dell’uomo. In quella del buon Samaritano, il sacerdote e il levita «passano oltre», con indifferenza, davanti all’uomo derubato e percosso dai briganti (cfr Lc 10,30-32), e in quella del ricco epulone, quest’uomo sazio di beni non si avvede della condizione del povero Lazzaro che muore di fame davanti alla sua porta (cfr Lc 16,19). In entrambi i casi abbiamo a che fare con il contrario del «prestare attenzione», del guardare con amore e compassione. Che cosa impedisce questo sguardo umano e amorevole verso il fratello? Sono spesso la ricchezza materiale e la sazietà, ma è anche l’anteporre a tutto i propri interessi e le proprie preoccupazioni. Mai dobbiamo essere incapaci di «avere misericordia» verso chi soffre; mai il nostro cuore deve essere talmente assorbito dalle nostre cose e dai nostri problemi da risultare sordo al grido del povero. Invece proprio l’umiltà di cuore e l'esperienza personale della sofferenza possono rivelarsi fonte di risveglio interiore alla compassione e all'empatia: «Il giusto riconosce il diritto dei miseri, il malvagio invece non intende ragione» (Pr 29,7). Si comprende così la beatitudine di «coloro che sono nel pianto» (Mt 5,4), cioè di quanti sono in grado di uscire da se stessi per commuoversi del dolore altrui. L'incontro con l'altro e l'aprire il cuore al suo bisogno sono occasione di salvezza e di beatitudine.
Il «prestare attenzione» al fratello comprende altresì la premura per il suo bene spirituale. E qui desidero richiamare un aspetto della vita cristiana che mi pare caduto in oblio: la correzione fraterna in vista della salvezza eterna. Oggi, in generale, si è assai sensibili al discorso della cura e della carità per il bene fisico e materiale degli altri, ma si tace quasi del tutto sulla responsabilità spirituale verso i fratelli. Non così nella Chiesa dei primi tempi e nelle comunità veramente mature nella fede, in cui ci si prende a cuore non solo la salute corporale del fratello, ma anche quella della sua anima per il suo destino ultimo. Nella Sacra Scrittura leggiamo: «Rimprovera il saggio ed egli ti sarà grato. Dà consigli al saggio e diventerà ancora più saggio; istruisci il giusto ed egli aumenterà il sapere» (Pr 9,8s). Cristo stesso comanda di riprendere il fratello che sta commettendo un peccato (cfr Mt 18,15). Il verbo usato per definire la correzione fraterna - elenchein - è il medesimo che indica la missione profetica di denuncia propria dei cristiani verso una generazione che indulge al male (cfr Ef 5,11). La tradizione della Chiesa ha annoverato tra le opere di misericordia spirituale quella di «ammonire i peccatori». E’ importante recuperare questa dimensione della carità cristiana. Non bisogna tacere di fronte al male. Penso qui all’atteggiamento di quei cristiani che, per rispetto umano o per semplice comodità, si adeguano alla mentalità comune, piuttosto che mettere in guardia i propri fratelli dai modi di pensare e di agire che contraddicono la verità e non seguono la via del bene. Il rimprovero cristiano, però, non è mai animato da spirito di condanna o recrimina-zione; è mosso sempre dall’amore e dalla misericordia e sgorga da vera sollecitudine per il bene del fratello. L’apostolo Paolo afferma: «Se uno viene sorpreso in qualche colpa, voi che avete lo Spirito correggetelo con spirito di dolcezza. E tu vigila su te stesso, per non essere tentato anche tu» (Gal 6,1). Nel nostro mondo impregnato di individualismo, è necessario riscoprire l’importanza della correzione fraterna, per camminare insieme verso la santità. Persino «il giusto cade sette volte» (Pr 24,16), dice la Scrittura, e noi tutti siamo deboli e manchevoli (cfr 1 Gv 1,8). E’ un grande servizio quindi aiutare e lasciarsi aiutare a leggere con verità se stessi, per migliorare la propria vita e camminare più rettamente nella via del Signore. C’è sempre bisogno di uno sguardo che ama e corregge, che conosce e riconosce, che discerne e perdona (cfr Lc 22,61), come ha fatto e fa Dio con ciascuno di noi.
2. “Gli uni agli altri”: il dono della reciprocità.
Tale «custodia» verso gli altri contrasta con una mentalità che, riducendo la vita alla sola dimensione terrena, non la considera in prospettiva escatologica e accetta qualsiasi scelta morale in nome della libertà individuale. Una società come quella attuale può diventare sorda sia alle sofferenze fisiche, sia alle esigenze spirituali e morali della vita. Non così deve essere nella comunità cristiana! L’apostolo Paolo invita a cercare ciò che porta «alla pace e alla edificazione vicendevole» (Rm 14,19), giovando al «prossimo nel bene, per edificarlo» (ibid. 15,2), senza cercare l'utile proprio «ma quello di molti, perché giungano alla salvezza» (1 Cor 10,33). Questa reciproca correzione ed esortazione, in spirito di umiltà e di carità, deve essere parte della vita della comunità cristiana.
I discepoli del Signore, uniti a Cristo mediante l’Eucaristia, vivono in una comunione che li lega gli uni agli altri come membra di un solo corpo. Ciò significa che l'altro mi appartiene, la sua vita, la sua salvezza riguardano la mia vita e la mia salvezza. Tocchiamo qui un elemento molto profondo della comunione:la nostra esistenza è correlata con quella degli altri, sia nel bene che nel male; sia il peccato, sia le opere di amore hanno anche una dimensione sociale. Nella Chiesa, corpo mistico di Cristo, si verifica tale reciprocità: la comunità non cessa di fare penitenza e di invocare perdono per i peccati dei suoi figli, ma si rallegra anche di continuo e con giubilo per le testimonianze di virtù e di carità che in essa si dispiegano. «Le varie membra abbiano cura le une delle altre»(1 Cor 12,25), afferma San Paolo, perché siamo uno stesso corpo. La carità verso i fratelli, di cui è un’espressione l'elemosina - tipica pratica quaresimale insieme con la preghiera e il digiuno - si radica in questa comune appartenenza. Anche nella preoccupazione concreta verso i più poveri ogni cristiano può esprimere la sua partecipazione all'unico corpo che è la Chiesa. Attenzione agli altri nella reciprocità è anche riconoscere il bene che il Signore compie in essi e ringraziare con loro per i prodigi di grazia che il Dio buono e onnipotente continua a operare nei suoi figli. Quando un cristiano scorge nell'altro l'azione dello Spirito Santo, non può che gioirne e dare gloria al Padre celeste (cfr Mt 5,16).
3. “Per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone”: camminare insieme nella santità.
Questa espressione della Lettera agli Ebrei (10,24) ci spinge a considerare la chiamata universale alla santità, il cammino costante nella vita spirituale, ad aspirare ai carismi più grandi e a una carità sempre più alta e più feconda (cfr 1 Cor 12,31-13,13). L'attenzione reciproca ha come scopo il mutuo spronarsi ad un amore effettivo sempre maggiore, «come la luce dell'alba, che aumenta lo splendore fino al meriggio» (Pr 4,18), in attesa di vivere il giorno senza tramonto in Dio. Il tempo che ci è dato nella nostra vita è prezioso per scoprire e compiere le opere di bene, nell’amore di Dio. Così la Chiesa stessa cresce e si sviluppa per giungere alla piena maturità di Cristo (cfr Ef 4,13). In tale prospettiva dinamica di crescita si situa la nostra esortazione a stimolarci reciprocamente per giungere alla pienezza dell'amore e delle buone opere.
Purtroppo è sempre presente la tentazione della tiepidezza, del soffocare lo Spirito, del rifiuto di «trafficare i talenti» che ci sono donati per il bene nostro e altrui (cfr Mt 25,25s). Tutti abbiamo ricevuto ricchezze spirituali o materiali utili per il compimento del piano divino, per il bene della Chiesa e per la salvezza personale (cfr Lc 12,21b; 1 Tm 6,18). I maestri spirituali ricordano che nella vita di fede chi non avanza retrocede. Cari fratelli e sorelle, accogliamo l'invito sempre attuale a tendere alla «misura alta della vita cristiana» (Giovanni Paolo II, Lett. ap. Novo millennio ineunte [6 gennaio 2001], n. 31). La sapienza della Chiesa nel riconoscere e proclamare la beatitudine e la santità di taluni cristiani esemplari, ha come scopo anche di suscitare il desiderio di imitarne le virtù. San Paolo esorta: «gareggiate nello stimarvi a vicenda» (Rm 12,10).
Di fronte ad un mondo che esige dai cristiani una testimonianza rinnovata di amore e di fedeltà al Signore, tutti sentano l’urgenza di adoperarsi per gareggiare nella carità, nel servizio e nelle opere buone (cfr Eb 6,10). Questo richiamo è particolarmente forte nel tempo santo di preparazione alla Pasqua. Con l’augurio di una santa e feconda Quaresima, vi affido all’intercessione della Beata Vergine Maria e di cuore imparto a tutti la Benedizione Apostolica.
Dal Vaticano, 3 novembre 2011

BENEDICTUS PP. XVI

sabato 11 febbraio 2012

ΚΥΡΙΑΚΗ ΤΗΣ ΑΠΟΚΡΕΩ
Τῼ ΣΑΒΒΑΤῼ ΕΣΠΕΡΑΣ

ΕΙΣ ΤΟ ΛΥΧΝΙΚΟΝ

Μετὰ τὸν Προοιμιακὸν Ψαλμόν, ἡ Συνήθης Στιχολογία, εἰς δὲ τό, Κύριε ἐκέκραξα, ἱστῶμεν Στίχ. ι' καὶ ψάλλομεν Στιχηρὰ Ἀναστάσιμα τῆς Ὀκτωήχου στ' καὶ τὰ ἐφεξῆς Προσόμοια τοῦ Τριῳδίου δ'.
Ἦχος πλ. β' Ὅλην ἀποθέμενοι ΤΟ ΑΚΟΥΤΕ
Ὅταν μέλλῃς ἔρχεσθαι, κρίσιν δικαίαν ποιῆσαι, Κριτὰ δικαιότατε, ἐπὶ θρόνου δόξης σου καθεζόμενος· ποταμὸς πύρινος, πρὸ τοῦ σοῦ Βήματος καταπλήττων ἕλκει ἅπαντας, παρισταμένων σοι, τῶν ἐπουρανίων Δυνάμεων, ἀνθρώπων κρινομένων τε, φόβῳ καθ' ἃ ἕκαστος ἔπραξε· τότε ἡμῶν φεῖσαι, καὶ μοίρας καταξίωσον Χριστέ, τῶν σῳζομένων ὡς εὔσπλαγχνος, πίστει δυσωποῦμέν σε.

Βίβλοι ἀνοιγήσονται, φανερωθήσονται πράξεις, ἀνθρώπων ἐπίπροσθεν, τοῦ ἀστέκτου Βήματος, διηχήσει δέ, ἡ κοιλὰς ἅπασα, φοβερῷ βρύγματι, τοῦ κλαυθμῶνος, πάντας βλέπουσα τοὺς ἁμαρτήσαντας, ταῖς αἰωνιζούσαις κολάσεσι, τῇ κρίσει τῇ δικαίᾳ σου, παραπεμπομένους, καὶ ἄπρακτα, κλαίοντας Οἰκτίρμον· διό σε δυσωποῦμεν ἀγαθέ· Φεῖσαι ἡμῶν τῶν ὑμνούντων σε, μόνε Πολυέλεε.

Ἠχήσουσι σάλπιγγες, καὶ κενωθήσονται τάφοι, καὶ ἐξαναστήσεται, τῶν ἀνθρώπων τρέμουσα, φύσις ἅπασα· οἱ καλὰ πράξαντες ἐν χαρᾷ χαίρουσι, προσδοκῶντες μισθόν λήψεσθαι, οἱ ἁμαρτήσαντες, τρέμουσι δεινῶς ὀλολύζοντες, εἰς κόλασιν πεμπόμενοι, καὶ τῶν ἐκλεκτῶν χωριζόμενοι· Κύριε τῆς δόξης, οἰκτείρησον ἡμᾶς ὡς ἀγαθός, καὶ τῆς μερίδος ἀξίωσον, τῶν ἠγαπηκότων σε.

Κλαίω καὶ ὀδύρομαι, ὅταν εἰς αἴσθησιν ἔλθω, τὸ πῦρ τὸ αἰώνιον, σκότος τὸ ἐξώτερον, καὶ τὸν τάρταρον, τὸν δεινὸν σκώληκα, τὸν βρυγμὸν αὖθις τε, τῶν ὀδόντων, καὶ τὴν ἄπαυστον, ὀδύνην μέλλουσαν, ἔσεσθαι τοῖς ἄμετρα πταίσασι, καὶ σὲ τὸν Ὑπεράγαθον, γνώμῃ πονηρᾷ παροργίσασιν ὧν εἷς τε καὶ πρῶτος, ὑπάρχω ὁ ταλαίπωρος ἐγώ· ἀλλὰ Κριτὰ τῷ ἐλέει σου, σῶσόν με ὡς εὔσπλαγχνος.
Δόξα... Ἦχος πλ. δ'
Ὅταν τίθωνται θρόνοι, καὶ ἀνοίγωνται βίβλοι, καὶ Θεὸς εἰς κρίσιν καθέζηται, ὢ ποῖος φόβος τότε!. Ἀγγέλων παρισταμένων ἐν φόβῳ, καὶ ποταμοῦ πυρὸς ἕλκοντος, τί ποιήσομεν τότε οἱ ἐν πολλαῖς ἁμαρτίαις ὑπεύθυνοι ἄνθρωποι; Ὅταν δὲ ἀκούσωμεν καλοῦντος αὐτοῦ, τοὺς εὐλογημένους τοῦ Πατρὸς εἰς βασιλείαν, ἁμαρτωλούς δὲ ἀποπέμποντος εἰς κόλασιν, τίς ὑποστήσεται τὴν φοβερὰν ἐκείνην ἀπόφασιν; Ἀλλὰ μόνε φιλάνθρωπε Σωτήρ, ὁ Βασιλεὺς τῶν αἰώνων, πρὶν τὸ τέλος φθάσῃ, διὰ τῆς μετανοίας ἐπιστρέψας ἐλέησόν με.

Καὶ νῦν... Θεοτοκίον, τὸ τῆς Ὀκτωήχου

Εἴσοδος, Φῶς Ἱλαρόν, καὶ τὸ Προκείμ. Ὁ Κύριος ἐβασίλευσεν καὶ τὰ λοιπά.

Εἰς τὴν Λιτὴν

Δόξα... Ἰδιόμελον Ἦχος βαρὺς
Τὰς τοῦ Κυρίου γνόντες ἐντολὰς οὕτω πολιτευθῶμεν· πεινῶντας διαθρέψωμεν, διψῶντας ποτίσωμεν, γυμνοὺς περιβαλώμεθα ξένους, συνεισαγάγωμεν, ἀσθενοῦντας, καὶ τοὺς ἐν φυλακῇ, ἐπισκεψώμεθα, ἵνα εἴπῃ καὶ πρὸς ἡμᾶς, ὁ μέλλων κρῖναι πᾶσαν τὴν γῆν· Δεῦτε οἱ εὐλογημένοι τοῦ πατρός μου, κληρονομήσατε, τὴν ἡτοιμασμένην ὑμῖν βασιλείαν.
Καὶ νῦν... Θεοτοκίον
Ὑπὸ τὴν σὴν Δέσποινα σκέπην, πάντες οἱ γηγενεῖς, προσπεφευγότες βοῶμέν σοι, Θεοτόκε ἡ ἐλπὶς ἡμῶν, ῥῦσαι ἡμᾶς, ἐξ ἀμέτρων πταισμάτων, καὶ σῶσον τὰς ψυχάς ἡμῶν.

Ἀπόστιχα τῆς Ὀκτωήχου τὰ κατ' Ἀλφάβητον

Δόξα... Ἦχος πλ. δ'
Οἴμοι μέλαινα ψυχή! ἕως πότε τῶν κακῶν οὐκ ἐκκόπτεις; ἕως πότε τῇ ῥαθυμίᾳ κατάκεισαι; τί οὐκ ἐνθυμῇ τὴν φοβεραν ὥραν τοῦ θανάτου; τί οὐ τρέμεις ὅλη τὸ φρικτόν Βῆμα τοῦ Σωτῆρος; ἆρα τί ἀπολογήσῃ, ἢ τί ἀποκριθήσῃ; τὰ ἔργα σου παρίστανται πρὸς ἔλεγχόν σου, αἱ πράξεις σου ἐλέγχουσι κατηγοροῦσαι. Λοιπὸν ὧ ψυχή, ὁ χρόνος ἐφέστηκε· δράμε, πρόφθασον, πίστει βόησον. Ἥμαρτον Κύριε, ἥμαρτόν σοι, ἀλλ' οἶδα φιλάνθρωπε τὸ εὔσπλαγχνόν σου, ὁ ποιμὴν ὁ καλός, μὴ χωρίσῃς με, τῆς ἐκ δεξιῶν σου παραστάσεως, διὰ τὸ μέγα σου ἔλεος.
Καὶ νῦν... Θεοτοκίον
Ἀνύμφευτε Παρθένε, ἡ τὸν Θεὸν ἀφράστως συλλαβοῦσα σαρκί, Μήτηρ Θεοῦ τοῦ Ὑψίστου, σῶν οἰκετῶν παρακλήσεις, δέχου Πανάμωμε, ἡ πᾶσι χορηγοῦσα, καθαρισμὸν τῶν πταισμάτων, νῦν τὰς ἡμῶν ἱκεσίας προσδεχομένη, δυσώπει σωθῆναι πάντας ἡμᾶς.

Ἀπολυτίκιον Θεοτόκε Παρθένε, καὶ ἡ λοιπὴ Ἀκολουθία τῆς Ἀγρυπνίας. Γίνεται δὲ καὶ Ἀνάγνωσις εἰς τὸν Πραξαπόστολον.
Si fa memoria della seconda e incor­ruttibile parusia del Signore nostro Gesú Cristo
SABATO — VESPRO
Ufficio del vespro delle domeniche, p. 154.
Dopo il salmo introduttivo e la con­sueta sticología, al Signore, ho gridato, 10 stichi con 6 stichirá anastásima dall’o­któichos e i seguenti 4 prosómia.
Tono pl. 2. Riposta nei cieli.
Quando verrai per il giusto giudizio, * o giustissimo Giudice, * seduto sul trono della tua gloria, * mentre un fiume di fuoco scorrendo dal tuo tribunale * colpirà tutti di sbigotti­men­to, * e le potenze cele­sti ti assiste­ranno˚, * e gli uomini, pieni di timore, * saranno giudica­ti, * ciascuno secondo le sue opere˚; * allora sii indul­gente con noi, * e facci degni, o Cristo, * nella tua amorosa com­passione, * della sorte dei salvati: * con fede ti suppli­chiamo.
I libri saranno aperti, * verranno rese pubbliche le opere degli uomini * davanti al tuo insostenibile tribuna­le. * Risuonerà tutta la valle del pianto˚ * di tremendo strido­re di denti * mentre vedrà tutti coloro che avranno peccato * mandati ai tormenti eterni * per il tuo giusto giudizio, * invano piangenti, o pietoso; * noi dunque ti supplichia­mo, o buono: * Sii indulgente con noi che a te cantiamo, * o solo misericordiosissimo.
Suoneranno le trombe, * si svuoteranno le tombe, * e tutta la stirpe umana risorgerà tremante: * quanti avranno fatto il bene * saranno pieni di gioia * nell’at­tesa di ricevere la ricompensa; * quelli che avranno peccato treme­ranno * urlando paurosamente, * mentre verrano mandati al castigo e separati dagli eletti˚. * Signore della gloria, * abbi compassione di noi nella tua bontà, * e facci degni della parte di quanti ti hanno amato.
Piango e mi lamento * quando prendo coscienza del fuoco eterno, * della tenebra esteriore˚, * del tartaro, * del tremendo verme˚, * e ancora dello stridore dei denti * e dell’incessante dolore che colpirà˚ * quanti si saranno macchiati di colpe senza numero * e con la loro volontà cattiva * avranno provocato la tua somma bontà: * fra costoro sono anch’io, il miserabile, * sono anzi il primo di loro: * ma tu, o Giudi­ce, per la tua miseri­cordia salvami, * nella tua amorosa compassione.
Gloria. Tono pl. 4.
Quando saranno posti i troni * e i libri verranno aperti * e Dio si assiderà per il giudizio, * quale timore allora! * Gli angeli assisteranno con timore, * un fiume di fuoco scorrerà davanti a lui˚: * e che faremo allora, * noi uomini rei di molti peccati? * Quando udremo la sua voce chiamare al regno * i benedetti del Padre * e mandare al castigo i peccatori˚, * chi sosterrà quella tremenda senten­za? * Ma tu, o solo Salvatore amico degli uomini, * Re dei secoli˚, * prima che giunga la fine, * convertimi col pentimento, * abbi pietà di me.
Ora e sempre. Theotokíon, il primo del tono.
Ingresso. Luce gioiosa. Prokímenon: Il Signore ha instaurato il suo regno.
Allo stico, stichirá dall’októichos, alfabetici.
Gloria. Tono pl. 4.
Ahimè, anima nera! * Fino a quando rifiuterai di stac- carti dal male? * Fino a quando starai adagiata nell’indolenza? * Perché non pensi alla temibile ora della morte? * Perché non tremi tutta * di fronte al tremendo tribunale del Salvatore? * Che scuse potrai portare, che cosa dirai? * Le tue opere sono lí a tua accusa: * le azioni senza vigore ti accusano. * Ormai, o anima, il tempo è giunto: * corri, fa’ presto, grida con fede: * Ho peccato, Signore, * ho peccato contro di te, * ma conosco, o amico degli uomini, * la tua tenera compassione; * pastore buono, non toglier­mi dalla parte destra˚, * per la tua grande miseri­cordia˚.
Ora e sempre. Theotokíon.
Vergine senza nozze, * che hai ineffabilmente conce­pito Dio nella carne, * Madre del Dio altissimo, * ricevi le invocazioni dei tuoi servi, * o tutta immacola­ta: * tu che a tutti procuri la purificazione delle colpe, * implora per la salvezza di noi tutti, * accet­tando ora le nostre suppliche.
Apolytíkion anastásimon. Gloria. Ora e sempre. Theotokíon e congedo.

Domenica 12 Febbraio 2012
Oggi ricorre anche:
San Melezio arcivescovo di Antiochia
Si fa memoria: Domenica di Carnevale o del Giudizio
Sinassario
Domenica di pre-quaresima il brano evangelico di Matteo 25,31-46 ci propone il tema del giudizio finale davanti al Signore. Il giudizio del Signore verterà sull'amore che noi abbiamo avuto verso il prossimo, verso ogni uomo, indipendentemente dal suo status religioso, sociale o politico (ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi).
Questa domenica viene comunemente detta di Carnevale, poiché alla sera di questo giorno ha inizio l’astensione dalla carne.

venerdì 10 febbraio 2012

11 febbraio
Le trascorse celebrazioni del centocinquantesimo anniversario dell'unificazione italiana hanno avuto, tra gli altri meriti, quello di promuovere una riflessione più meditata sullo storico sviluppo dei rapporti tra Chiesa e Stato in Italia, così come sul contributo offerto dai cattolici alla crescita del Paese. È stata una riflessione che, grazie anche al progressivo decantare delle passioni ed al parallelo affinarsi dei giudizi successivi all'inesorabile trascorrere del tempo, ha messo meglio in luce gli aspetti di un lungo percorso. Dai dissapori iniziali, questo è venuto svolgendosi positivamente, in un crescendo di reciproca stima e collaborazione, arricchendo per più aspetti la società italiana e favorendo nel corpo sociale la crescita di valori identitari, formatisi molto prima dell'unificazione politica e che il cristianesimo aveva largamente contribuito a forgiare.In particolare la riflessione sul passato ha messo in evidenza come la storia dei rapporti tra la Chiesa e lo Stato unitario, sin dalla realizzazione dell'alto obbiettivo dell'unità nazionale, sia segnata più nel senso della continuità che in quello - comunemente ritenuto - della rottura. Già all'indomani del 20 settembre 1870, infatti, venne avvertita in tutta la sua reale consistenza la assoluta peculiarità della situazione italiana, con l'esigenza di garantire la piena libertà della Santa Sede per la sua alta missione in Italia e nel mondo; una libertà che necessariamente postula anche una piena libertà ed una adeguata condizione giuridica per la Chiesa che è in Italia, di cui il Papa è primate. Non a caso la Legge delle Guarentigie del 13 maggio 1871 si propose di risolvere il problema, e se le soluzioni ivi previste risultarono poi giuridicamente inadeguate, è significativo tuttavia notare che essa fu il risultato politico del superamento di opposti estremismi, indicando la necessità di sottrarre la questione al mero diritto comune.Da questo punto di vista, dunque, i Patti Lateranensi del 1929, di cui celebriamo oggi la ricorrenza, segnarono lo sviluppo nella continuità di un'idea già implicita nelle Guarentigie; sviluppo che fu ulteriore ed ancor più evidente con l'avvento della Costituzione repubblicana del 1948, con le disposizioni contenute nell'articolo 7 e con le garanzie poste per tutti in materia di libertà religiosa. La Carta, infatti, esplicita e sviluppa un'idea italiana di laicità: non conflittuale ma positiva, non di contrapposizione ma di collaborazione, basata su una distinzione tra gli ordini - quello politico e quello religioso - come antidoto ad ogni assolutizzazione della politica così come ad ogni fondamentalismo ideologico o religioso; una laicità caratterizzata dal principio della sana collaborazione.La pace religiosa che si è venuta così costruendo nel tempo ha favorito la pace sociale e la promozione negli animi di una attenzione al bene comune: presupposto dei sentimenti di solidarietà, a livello individuale e di formazioni sociali, che appaiono essenziali per una comunità politica coesa e giusta. Sentimenti di solidarietà che, come notava Alexis de Tocqueville, se sempre necessari, lo sono ancor più in una democrazia, al fine di superare le tentazioni di un particolarismo utilitaristico.La revisione del Concordato del 1984 esprime, per certi aspetti, il momento di più alta, consapevole espressione di questo percorso, laddove, ribadito il principio costituzionale - ma anche conciliare - della indipendenza e sovranità di Chiesa e Stato nei rispettivi ordini, formula l'impegno di entrambe le Parti "al pieno rispetto di tale principio nei loro rapporti ed alla reciproca collaborazione per la promozione dell'uomo e il bene del Paese".In quanto tale, ovviamente, l'impegno è per il futuro; ma l'espressione non può non essere colta anche come il punto di arrivo di una esperienza che ha dato buona prova e che, perciò, si è desiderato che continuasse nel tempo.La Santa Sede non può che dare atto alla Repubblica Italiana di un sincero e scrupoloso adempimento di quanto pattuito. Da parte sua la Chiesa in Italia ha svolto e continua a svolgere con grande impegno la missione pastorale, educativa e caritativa, di evangelizzazione e di santificazione, che le è propria. Si tratta di un impegno costantemente incoraggiato, promosso e sostenuto dalla parola e dalla sollecitudine del Santo Padre. E tuttavia non si può fare a meno di rilevare che, talora, l'esperienza giuridica rischia di svolgersi secondo direzioni diverse da quelle racchiuse nella volontà pattizia e nel dato normativo. Il pensiero va a certi orientamenti della giurisprudenza che sembrano non tenere adeguatamente conto del sistema ordinamentale nel suo complesso e che rischiano di svuotare di contenuto l'articolo 8 del Concordato, nella parte in cui prevede la delibazione in Italia delle sentenze di nullità matrimoniale pronunciate dai tribunali ecclesiastici. Occorre ribadire che l'impegno ivi contenuto è precisamente quello di dare efficacia alle sentenze canoniche, dovendo restare i casi di non delibabilità l'eccezione e non la regola. Il che significa che in sede di delibazione delle sentenze stesse si deve tenere conto di quella "specificità dell'ordinamento canonico dal quale è regolato il vincolo matrimoniale, che in esso ha avuto origine", che non a caso il Concordato richiama.Sempre in tema matrimoniale, sembra ormai divenuto urgente un intervento, di esclusiva competenza del legislatore italiano, che sostituisca la vetusta legge n. 847 del 1929 e detti nuove disposizioni per l'applicazione delle norme concordatarie sul matrimonio. Ciò anche al fine di provvedere, nel caso di matrimoni canonici invalidamente contratti, a più adeguati interventi a favore delle parti più deboli, tenuto conto del mutato contesto sociale ed economico.L'augurio è che anche in una materia la cui regolamentazione costituisce una delle ragioni del Concordato e, al tempo stesso, un suo caposaldo, qual è appunto quella matrimoniale, possa continuare a svolgersi una positiva e sana collaborazione nell'esclusivo interesse della persona umana e della sua libertà religiosa. (©L'Osservatore Romano 11 febbraio 2012)

giovedì 9 febbraio 2012



di INOS BIFFI


Al fatto che l'uomo sia stato creato dall'amore misericordioso, rivelato e offerto in Gesù crocifisso e risorto da morte, non consegue la negazione del peccato, né della giustizia divina nei confronti del peccatore, ma proprio l'opposto.Quanto alla gravità del peccato, l'uomo la può certo avvertire considerando la trasgressione ai comandi divini che essa comporta; tuttavia essa gli appare pienamente, se contempla Cristo che a motivo del peccato pende dalla croce. Nel Figlio di Dio crocifisso ne possiamo trovare la dimensione concreta; è lui a rivelarcela sul Calvario, quando è "consegnato alla morte a causa dei nostri peccati" (Romani, 4, 25). Da Gesù innalzato da terra discende in noi la coscienza della colpa; il suo senso reale è iscritto nella passione del "Servo di Dio": essa è sì contestazione della maestà e della potenza di Dio; offesa della sua gloria e della sua santità; ma non è possibile avvertirne tutta la malizia, finché non ci si ponga di fronte all'estrema donazione di Gesù, che "ci ha amato e ha dato se stesso per noi" (Efesini, 5, 2). Allora il peccato si mostra come una ferita inflitta al cuore di Cristo, il Figlio dell'eterna compiacenza divina (Matteo, 3, 17), nel quale conviene tutta la maestà, la potenza, la gloria e la santità del Padre. Ne era persuaso sant'Ignazio di Loyola, che nella prima settimana degli Esercizi porta l'esercitando a un colloquio col Crocifisso. "Immaginandomi - scrive - di avere davanti nostro Signore posto in croce, chiedergli come mai da Creatore è venuto a farsi uomo, e dall'eterna vita a morte temporale, e a morire così per i miei peccati" (53). La riflessione umana, lasciata a sé, non vi potrà mai riuscire: solo Gesù, "trafitto per le nostre colpe" e "schiacciato per le nostre iniquità" (Isaia, 53, 5), ci può infondere la "conoscenza interna" del peccato (Esercizi, 63), che può essere soltanto un dono della "grazia del Signore". Lui, che fu senza peccato (Ebrei, 4, 15), pendendo dal legno ne sopportò la maledizione (cfr. Galati, 3, 13), lo ha patito in se stesso e ne ha sperimentato tutto l'orrore come oltraggio del Padre e rigetto dello Spirito. Ma se ogni peccato è un rigetto dell'amore del Padre e un ripudio del Crocifisso, il culmine è raggiunto quando consista nel non accogliere il perdono dopo la caduta. Dio ha creato per rivelarsi misericordioso. Diffidare della misericordia significherebbe invalidare l'intenzione di Dio, alterarne il volto e sfigurarne l'immagine; significherebbe vanificare l'intercessione di Gesù, nostro avvocato in cielo (1 Giovanni, 2, 1), disfare e contraddire il disegno di Dio, che ha progettato una umanità composta di figli redenti nel Figlio, formata di prodighi ritornati alla casa del Padre.Ecco perché non c'è colpa maggiore di quella di diffidare della misericordia, quasi che questa non oltrepassi immensamente qualsiasi peccato e la grazia - come dichiara Paolo - non sovrabbondi su ogni delitto (Romani, 5, 20). Scrive Giovanni: "Qualunque cosa [il nostro cuore] ci rimproveri, Dio è più grande del nostro cuore" (1 Giovanni, 3, 20).Da questo non si deve incipientemente concludere che è negata l'esistenza di un giudizio divino, è dissolta una rigorosa giustizia, ed è scomparso il meritato castigo. Lo professiamo nel Credo: Gesù Cristo "verrà a giudicare i vivi e i morti", mentre Giovanni afferma che "il Padre ha dato al Figlio ogni giudizio" (Giovanni, 5, 22). Solo che il criterio assoluto del giudizio, che non transigerà neppure sulla più leggera offesa fatta al Padre, sarà esattamente l'accoglienza o meno della sua misericordia elargita in Gesù. Verremo giudicati da un Giudice morto per noi e la misericordia rappresenterà il criterio della cernita; quanto al rimorso, sarà quello di averla deliberatamente e ostinatamente contrastata fino all'esaurimento della nostra libertà. Noi, tuttavia, non conosciamo i sentimenti del Giudice crocifisso e dobbiamo fare attenzione a non immaginarli alla stregua delle emozioni che attraversano il nostro spirito, quando emettiamo un giudizio, poiché noi non abbiamo patito come Cristo per quelli che giudichiamo. In realtà non dobbiamo usare il futuro, ma il presente. Ogni nostro atto porta in sé già da adesso il giudizio del Signore, a seconda della sua conformità o difformità da lui. Nello stesso tempo siamo salvati e giudicati. Consequenti, poi, al giudizio di Cristo, sono il premio o il castigo. Il castigo è intrinseco alla colpa. Ma ci dobbiamo guardare dal concepirlo come l'interrompersi della misericordia sostituita da un'impietosa ira divina. Dio non cessa mai di essere perdono. È invece, paradossalmente, l'uomo a ritrarsene e a stabilirsi fuori dallo spazio della pietà del Padre. Se è appropriato parlare di castigo di Dio, è improprio attribuire a lui gli stessi sentimenti che ci animano, quando siamo noi a castigare. Vale ancora che tali sentimenti unicamente Dio li conosce. Non dobbiamo mai dimenticare quello che scrive san Tommaso: "Di Dio conosciamo più quello che non è, che non quello che è" (Summa Theologiae, I, 3, introduzione).Dio punisce anche nel tempo i peccatori? Li castiga anche lungo il corso della storia? Se e quando questo avvenga, lo sa lui: in ogni caso, l'intenzione dei castighi e delle punizioni non può che essere quella del ravvedimento: infatti, "Dio non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva" (Ezechiele, 33, 11). Che cosa, comunque, debba essere definito castigo, quale ne sia la ragione e chi sia castigato è noto esclusivamente al Giudice crocifisso. Al riguardo ogni nostro giudizio è fuori posto e assolutamente avventato e presuntuoso.Se si predica il Vangelo, si deve predicare la giustizia divina, richiamare alla vigilanza, e anche alimentare il timore del giudizio; però ricordando che siamo stati creati e dall'eternità predestinati da un Dio misericordioso, al quale piacciono i banchetti celesti, quando si tratta di festeggiare la conversione di un peccatore.

(©L'Osservatore Romano 10 febbraio 2012)

martedì 7 febbraio 2012








Tutti siamo invitati a rendere grazie al Signore per il dono del sacerdozio e dell'episcopato

del nostro

Eparca Sotir Ferrara, ritrovandoci giovedi 9 febbraio '12,


nella Cattedrale di S. Demetrio M. in Piana degli Albanesi

alle ore 10,30 per la Divina Liturgia Pontificale.




Is Polla Eti Despota




Il Parroco

sabato 4 febbraio 2012


Domenica 5 Febbraio 2012
Si fa memoria:
Domenica XVII di Luca: del Figliol prodigo
Sinassario
Questa domenica di pre-quaresima prende il nome dalla pericope evangelica che viene letta nella Divina Liturgia e conosciuta come il Figliol prodigo o il Padre misericordioso (Luca 15,11-32). Il tema centrale proposto è il ritorno alla casa del Padre, ossia, il ritorno, la conversione del cuore a Dio. Il Padre, che attende e ama il figlio senza condannarlo per il suo errore, anzi, ridandogli l'onore di figlio che il giovane aveva perso, è simbolo e immagine di Dio che attende con amore la conversione degli uomini.


SABATO­ — VESPRO
Al Signore, ho gridato, i seguenti stichirá anastásima.
Accogli, o santo Signore, * le nostre preghiere ve­sper­tine, * e concedici la remissione dei pec­cati: * perché sei il solo * che ha manifestato la risur­rezione al mondo.
Circondate, popoli, Sion, ed abbracciatela˚: * in essa ren­de­te gloria al risorto dai morti. * Egli è il nostro Dio˚, * colui che ci ha redenti dalle nostre iniquità.
Venite, popoli, * celebriamo e adoriamo Cristo, * glori­fi­cando la sua risurrezione dai morti: * egli è il nostro Dio˚, * co­lui che ha redento il mondo * dalla frode del nemico.
Altri stichirá, anatoliká.
Rallegratevi, cieli, * risuonate, fondamenta della terra, * gridate di gioia, montagne˚: * perché ecco, l’Emma­nuele˚ * ha inchiodato alla croce i nostri peccati˚; * colui che dà la vita ha messo a morte la morte * risuscitando Adamo, * perché è amico degli uomini.
Celebriamo colui che volontariamente per noi nella carne fu crocifisso, * patí e fu sepolto, * e dai morti è ri­sorto; * celebriamolo e diciamo: * Conferma nella retta fede la tua Chiesa, o Cristo, * e dona pace alla nostra vita, * perché sei buono e amico degli uomini.
Stando presso la tua tomba ricettacolo di vita, * noi indegni offriamo l’inno di lode * alla tua ineffabile com­passione, * o Cristo Dio nostro: * hai accettato la croce e la mor­te, * o senza peccato˚, * per donare al mondo la risurre­zio­ne, * tu che sei amico degli uomini.
Celebriamo il Verbo coeterno al Padre * e con lui senza principio5, * che da grembo verginale è ineffabilmente uscito, * che per noi volontariamente˚ * croce e morte ha accettato, * e nella gloria è risuscitato; * celebriamolo e diciamo: * Signore datore di vita, gloria a te, * Salvatore delle anime nostre.
Per compiere la Legge secondo la lettera, * l’amico degli uomini viene ora al tempio. * Lo accoglie tra le sue vec­chie braccia * l’anziano Simeone, esclamando: * Ora lascia che io vada * alla beatitudine di lassú, * perché oggi ti ho visto, * cinto di carne mortale, * tu che sei padrone della vita * e hai potere sulla morte˚.
Tu sei apparso come luce * per illuminare le genti, Signo­re˚, * assiso su una nube leggera˚, * sole di giustizia˚, * per da­re compimento alle ombre della Legge * e manife­stare l’i­nizio della nuova grazia. * Perciò Simeone con­tem­plandoti escla­mava: * Scioglimi dalla corruzione, * perché oggi ti ho visto.
Senza lasciare quanto alla divinità * il seno del Padre, * incarnato secondo il tuo beneplacito, * stretto fra le braccia della sempre Vergine, * fosti posto, tu che tieni in tua mano l’universo, * tra le mani di Simeone, * che ha cosí accolto Dio. * Egli dunque colmo di gioia gridava: * Ora lascia che io me ne vada, * o buono e amico degli uomini, * perché oggi ti ho visto.

Tono 1.
Avevo confidato nel terreno impeccabile e ferace, * pur avendo io seminato in terra il peccato; * con la falce ho mietuto * le spighe della negligenza * e ho ammassato i mucchi di covoni delle mie opere * che ho anche disteso, * ma non sull’aia della penitenza. * Ti prego dunque, * eterno agricoltore, nostro Dio: * col vento della tua benevola compassione, * disperdi come pula la paglia delle mie opere, * e da’ alla mia anima il frumento della remissi­one, * rinchiudendomi nel tuo celeste granaio, * e salvami. 2 volte.
Riconosciamo, fratelli, * il senso del mistero: * il Padre pieno di bontà * va incontro al figlio dissoluto * che dal peccato torna al focolare paterno, * lo abbraccia, gli accorda di nuovo i segni distintivi * della sua gloria, * e misticamente celebra una festa con gli esseri celesti, * sgozzando il vitello ingrassato˚, * affinché noi viviamo degnamente * per il Padre amoroso che per noi lo ha immola­to, * e per la vittima gloriosa, * il Salva­tore delle anime nostre. 2 volte.
Gloria, del triódion.
Oh, me infelice, * di quali beni mi sono privato! * Me misero, da quale regno sono decaduto! * Ho consumato la ricchezza che avevo ricevuto, * ho trasgredito il comanda­mento. * Ahimè, anima miserabile! * Sei condannata ormai al fuoco eterno: * grida perciò al Cristo Dio, * prima che giunga la fine: * Come il figliol prodigo, * accogli anche me, o Dio, * e abbi pietà di me.
Ora e sempre. Theotokíon.
Cantiamo la Vergine Maria, * gloria del mondo intero, * nata dagli uomini e Madre del Sovrano, * porta del cielo˚, * canto degli incorporei, decoro dei fedeli: * essa è divenuta * cielo e tempio della Divinità. * Abbattuta la barriera dell’i­nimicizia˚, * ha introdotto in suo luogo la pace, * e ha aperto il regno. * Possedendo dunque quest’àncora della fede˚, * ab­biamo quale difensore * il Signore nato da lei. * Coraggio dunque, coraggio, popolo di Dio: * egli combatterà i nemici, * egli, l’onnipotente.
Anastásimon stichirón degli apósticha. Tono 1.
Per la tua passione, Cristo, * dalle passioni siamo stati liberati, * e per la tua risurrezione, * dalla corru­zione riscattati: * Signore, gloria a te.
Altri stichirà, alfabetici.
Esulti la creazione, i cieli si rallegrino˚, * le genti battano le mani con letizia˚: * Cristo nostro Salvatore * ha inchiodato alla croce i nostri peccati˚ * e, uccisa la morte, ci ha dato la vita, * risuscitando il caduto Adamo insieme con tutti i suoi, * perché è amico degli uomini.
Tu che sei Re del cielo e della terra, * o inafferrabile, * volontariamente sei stato crocifisso˚, * per amore del­l’uomo. * L’ade, incontrandoti laggiú, fu amareggiato, * ma le anime dei giusti, accogliendoti, esultarono. * Adamo risorse, vedendo te, il Creatore, * nelle regioni sotterranee˚. * O meraviglia! Come gustò la morte colui che di tutti è la vita˚? * Ma questo è stato il suo bene­placito, * per illuminare il mondo che grida: * O risorto dai morti, * Signore, * gloria a te.
Donne miròfore che recavano unguenti˚ * raggiunsero sollecite e in pianto la tua tomba, * ma non trovando il tuo corpo immacolato, * e appreso dall’angelo * il prodigio nuo­vo e inaspettato, * dicevano agli apostoli: * È risorto il Signore, * per donare al mondo * la grande misericordia˚.
Gloria, del triódion. Tono pl. 2.
Una volta dissipata la ricchezza * del dono paterno, * io, l’infelice, sono finito a pascermi * insieme alle bestie senza ragione, * e pur bramando il loro cibo, * soffrivo la fame senza potermi saziare. * Ma ora sono tornato al tenero Padre * e grido tra le lacrime: * Accoglimi come un mercenario * mentre mi getto davanti alla tua benignità, * e salvami.
. Ora e sempre. Theotokíon.
Ecco compiuta la profetica parola di Isaia: * vergine infatti hai generato˚, * e dopo il parto sei rimasta come prima. * Perché era Dio il generato, * e perciò le nature ha rinnovato. * Non disprezzare dunque, o Madre-di-Dio, * le suppliche dei servi tuoi, * offerte a te nel tuo santuario: * poiché porti tra le braccia il pietoso, * abbi pietà dei tuoi servitori. * Intercedi per la salvezza delle anime nostre.










Apolytíkion anastásimon.
Sigillata la pietra dai giudei, * mentre i soldati erano a guardia del tuo corpo immacolato˚, * sei risorto il terzo giorno, o Salvatore˚, * donando la vita al mondo. * Per questo le schiere celesti gridavano a te, * datore di vita: * Gloria alla tua risurrezione, o Cristo, * gloria al tuo regno, * gloria alla tua economia, * o solo amico degli uomini.
Theotokíon.
Gabriele ti recò il saluto ‘Gioisci’, o Vergine˚, * e a quella voce il Sovrano dell’universo * si incarnò in te, arca santa, * come ti chiamò il giusto Davide˚. * Sei divenuta piú ampia dei cieli, * perché hai portato il tuo Creatore. * Gloria a colui che ha dimorato in te, * gloria a colui che è uscito da te, * gloria a colui che per il tuo parto * ci ha liberati.

Gioisci, Madre-di-Dio Vergine piena di grazia˚: * da te infatti è sorto * il sole di giustizia˚, * Cristo Dio nostro, * che illumina quanti sono nelle tenebre. * Gioisci an­che tu, * o giusto vegliardo, * accogliendo fra le braccia * il li­be­­ra­tore delle anime nostre * che ci dona anche la risur­rezione.

mercoledì 1 febbraio 2012


La festa dell’Incontro del Signore nella tradizione bizantina
Oggi l’Antico di giornidiventa bambino
Nelle Chiese orientali la festa del 2 febbraio è una delle dodici grandi feste dell’anno liturgico. Testimoniata già nella seconda metà del iv secolo, sottolinea l’incontro tra l’umanità, rappresentata dai vegliardi Simeone e Anna, e la divinità, lo stesso Cristo Signore.
L’iconografia ha poche varianti, dai mosaici romani di Santa Maria in Trastevere ai Balcani, con Cristo, Maria e Simeone come figure centrali, Giuseppe e Anna in secondo piano. L’altare con tovaglie e ciborio trasforma il tempio dell’antica alleanza in edificio di culto cristiano. Così la presentazione di Gesù quaranta giorni dopo la nascita diventa la festa dell’Incontro dell’umanità invecchiata con l’uomo nuovo, Cristo. In alcune icone Maria porta il bimbo nelle sue braccia, in altre è Simeone a sorreggerlo, ricordando il Grande ingresso nella Divina liturgia bizantina, quando il vescovo riceve i doni preparati del pane e del vino per deporli sull’altare.
Simeone, come il vescovo, accogliendo Cristo diventa colui che professa la fede della Chiesa: «Ora sono stato liberato, perché ho visto il mio Salvatore. Questi è colui che è stato partorito dalla Vergine: è il Verbo, Dio da Dio, colui che per noi si è incarnato e ha salvato l’uomo. Si apra oggi la porta del cielo: il Verbo eterno del Padre, assunto un principio temporale, senza uscire dalla sua divinità, è presentato per suo volere al tempio della Legge dalla Vergine Madre e il vegliardo lo prende tra le braccia».
La professione di fede dei quattro primi concili ecumenici viene messa in bocca a Simeone; anche al momento della presentazione del candidato all’ordinazione episcopale, costui pronuncia tre professioni di fede legate ai quattro concili. Simeone stesso in un testo diventa figura di Cristo nella sua discesa agli inferi: «Ora lascia che io me ne vada, o Sovrano, per annunciare ad Adamo che ho visto il Dio che è prima dei secoli senza mutamento fatto bambino».
Diversi tropari sottolineano come il bambino presentato al tempio è anche colui che aveva parlato nell’Antico Testamento: «Accogli, Simeone, colui che Mosè vide in precedenza, nella caligine, quando gli dava la Legge sul Sinai, e che ora, divenuto bambino, si assoggetta alla Legge. Questi è colui che Davide annuncia; questi è colui che ha parlato nei profeti, colui che si è incarnato per noi e che parla nella Legge».
L’incontro tra l’umanità invecchiata simboleggiata da Simeone e Anna e la nuova umanità in Cristo, fa riprendere un versetto del profeta Daniele (7, 9) in chiave cristologica: «L’Antico di giorni, divenuto bambino nella carne, è portato al santuario dalla Madre Vergine. È bambino per me l’Antico di giorni; il Dio purissimo si sottopone alle purificazioni, per confermare che è realmente la mia carne quella che dalla Vergine ha assunto. Simeone, iniziato ai misteri, riconosce Dio stesso, apparso nella carne». Colui che la visione del profeta vede come un vegliardo «antico di giorni» adesso appare «bambino nuovo», come lo canta la liturgia del Natale.
Maria, la Madre di Dio, viene presentata nei testi liturgici come colei che porta Cristo. Uno di questi (Adorna thalamum tuum Sion) è entrato nell’ufficiatura romana: «Adorna il tuo talamo, o Sion, e accogli il re Cristo; abbraccia Maria, la celeste porta, perché essa è divenuta trono di cherubini, essa porta il re della gloria; è nube di luce la Vergine perché reca in sé, nella carne, il Figlio che è prima della stella del mattino».
In un lungo tropario di Andrea di Creta le braccia che portano il Cristo non sono di Maria ma del vegliardo Simeone, entrambi sono figura della Chiesa che porta Cristo agli uomini, introducendo in modo discreto la figura di Giuseppe, in secondo piano anche nell’iconografia: «Colui che è portato dai cherubini e celebrato dai serafini, presentato oggi nel sacro tempio secondo la Legge, ha per trono le braccia di un vegliardo; per mano di Giuseppe riceve doni degni di Dio: sotto forma di una coppia di tortore, ecco la Chiesa incontaminata e il nuovo popolo eletto delle genti, insieme a due piccoli di colomba per significare che egli è principe dell’antico e del nuovo patto. Simeone, accogliendo il compimento dell’oracolo che aveva ricevuto, benedice la Vergine Madre di Dio Maria, simbolicamente predicendole la passione di colui che da lei era nato, e a lui chiede di essere sciolto dalla vita, gridando: Ora lascia che me ne vada, o sovrano, come mi avevi predetto, perché io ho visto te, luce sempiterna, e Signore salvatore del popolo che da Cristo prende nome».
Manuel Nin
2 febbraio 2012
2 FEBBRAIO: FESTA dell'YPAPANDI (INCONTRO) DEL SIGNORE DIO, E SALVATORE GESU' CRISTO
I. Exirèvxato i kardhìa mu lògon agathòn;lègo egò ta èrga mu to vasilì.
Zëmbra jime buroi një fial e mirë;u ikëndonjë rregjit të bëmat t’ime.
Tes presvìes tis Theotòku,Sòter, sòson imàs.
II. Perìzose tin romfèan su epì ton miròn su, Dhinatè, ti oreotitì su ke to kàlli su.
Lithë shpatën t’ënde rreth ijës s’atë,o i fort, në bukurì e mirësi.
Sòson imàs,Iiè Theù,o en ankàles tu dhikèu Simeòn vastachthìs,psallondàs si: Allilùia.
Shpëtona,o i Biri i Perëndis,i kjellur ngrahë nga i drejti Simeòn,neve çë të këndojëm Allilùia
III. Àkuson, thìgater,ke ìdhe,ke klìnon to us su,ke epilàthu tu laù su,ke tu ìku tu patròs su.
Gjekj,o Bijë,e vërrèj e prir veshin t’ënt e harrò popullin t’ënt e shpin e t’it eti e rregji do të dishironjë bukurin t’ënde.
Chère kecharitomèni,Theotòke Parthène;ek su gar anètilen o Ìlios tis dhikeosìnis Christòs o Theòs imòn, fotìzon tus en skòti.Effrènu ke si Presvìta dhìkee,dhexàmenos en ankàles ton eleftherotìn ton psichòn imòn,charizòme-non imìn ke tin Anàstasin.
Gëzou,o e Hir plota Mëmë e Perëndìs Virgjëreshe: se ngah ti leu, dielli i drejtëris, Krishti Perëndia jinë çë ndrit ata çë ndodhen në të errët. Bën harè edhè ti,o plak i drejt,çë more ngrahë Liruesin e shpirtravet t’anë çë jep neve edhè ngjallien.
Sòson imàs, Iiè Theù, o en ankàles tu dhikèu Simeòn vastachthìs, psallondàsi:Allilùia.
Apolitìkion Chère kecharitomèni....os àno.
Kontàkion O Mìtran Parthenikìn aghiàsas to tòko su ke chìras tu Simeòn evloghìsas,os èprepe,profthàsas ke nin èsosas imàs, Christè o Theòs. All’irìnevson en polèmis to polìtevma,ke kratèoson tus pistùs us igàpisas,o mònos filànthropos.
O ti çë një gji Virgjëror shejtërove me të Lerit t’atë,e duart e Simeonit bekove si kishë hjè, nani jerdhe e shpëtove neve,o KrishtPerëndi. Bierna pàkjien në plasëshit ndo luftë, jip fukji kjiverritarëvet çë ti do mirë,o i vetëmi njeridashës.

Megalinàrio Theotòke, i elpìs pàndon ton christianòn,skèpe,frùri,filatte tus elpizondas is se. En nòmo skià ke gràmmati tipon katidhomen i pistì; pan àrsen to tin mitran dhianìgon aghion Theò.Dhiò protòtokon Lògon,Patròs anàrchu Iiòn, prototokùmenon Mitri apiràndhro megalinomen.
O Mëma e t’in’Zoti, shpresa e gjithë të krështerëvet,pështrò,kij kujdès e ruaj gjithë atà çë shpresòjën tek Ti. Në Ligjë, hjè dhe e shkruame, na të besmë shohiëm një Fitirë:” çëdo dialë i pari ler ka të jet falur Perëndis”.Andai madhëròjëm Fialën e Paralindur,Birin e Atit të pasosëm,i Pari-ler të njëi Mëmie Virgjërë.
Messaggio della Commissione Episcopale per il clero e la vita consacrata per la 16ª Giornata Mondiale della vita consacrata (2 febbraio 2012) Educarsi alla vita santa di Gesù


La celebrazione annuale della Giornata mondiale della vita consacrata ci invita anzitutto a esprimere un sentito ringraziamento per la testimonianza evangelica e il servizio alla Chiesa e al mondo offerto da voi, che vi siete consacrati totalmente nella sequela di Gesù Cristo. La vostra presenza carismatica e la vostra dedizione, in tempi non facili, sono una grazia del Signore, un segno profetico ed escatologico mai abbastanza apprezzato. Proprio la stima e la riconoscenza che nutriamo per voi ci spinge a sollecitarvi ad accogliere cordialmente gli orientamenti pastorali che la Chiesa in Italia si è data per questo decennio. “Educare alla vita buona del Vangelo” implica certamente l’educare alla vita santa di Gesù. È questo il dono e l’impegno di ogni persona che voglia farsi discepola di Gesù, specialmente di chi è chiamato alla vita consacrata. “Veramente la vita consacrata costituisce memoria vivente del modo di esistere e di agire di Gesù come Verbo incarnato di fronte al Padre e di fronte ai fratelli” (Giovanni Paolo II, Vita consecrata, n. 22). Il proprium della vita consacrata è riproporre la forma di vita che Gesù ha abbracciato e offerto ai discepoli che lo seguivano: l’evangelica vivendi forma. Questa costituisce una testimonianza fondamentale per tutte le altre forme di vita cristiana e tratteggia un ideale percorso educativo, antropologico ed evangelico. A partire da questa prospettiva, intendiamo richiamare quattro note che mostrano la coerenza della vita con la vostra specifica vocazione e al tempo stesso manifestano la fecondità di un assiduo cammino formativo. 1) Il primato di Dio. Papa Benedetto XVI insiste sul fatto che la sfida principale del tempo presente è la secolarizzazione, che porta all’emarginazione di Dio o alla sua insignificanza, per cui l’uomo resta solo con la sua rabbia e la sua disperazione. Urge una nuova evangelizzazione, che metta al centro dell’esistenza umana il primo comandamento di Dio, la confessio Trinitatis e la Parola di salvezza, di cui voi avete profonda esperienza spirituale. Nella misura in cui testimoniate la bellezza dell’amore di Dio, che segue l’uomo con infinita benevolenza e misericordia, voi spandete quel “buon profumo divino” che può richiamare l’umanità alla sua vocazione fondamentale: la comunione con Dio. Nella vostra esistenza trasfigurata dalla bellezza della sua santità, siete chiamati ad anticipare la comunità “senza macchie e senza rughe”, “il cielo nuovo e la terra nuova” che ogni uomo desidera (cfr Ap 21,1). ...COMMISSIONE EPISCOPALE PER IL CLERO E LA VITA CONSACRATA
Messaggio Giornata Vita Consacrata 2012.pdf;
Τῌ Β' ΤΟΥ ΑΥΤΟΥ ΜΗΝΟΣ ΦΕΒΡΟΥΑΡΙΟΥ
Ἡ Ὑπαπαντὴ τοῦ Κυρίου, καὶ Θεοῦ καὶ Σωτῆρος ἡμῶν Ἰησοῦ Χριστοῦ.




ΕΝ Τῼ ΜΙΚΡῼ ΕΣΠΕΡΙΝῼ

Εἰς τό, Κύριε ἐκέκραξα, ἱστῶμεν Στίχους ς' καὶ ψάλλομεν τὰ τρία Προσόμοια Στιχηρά, δευτεροῦντες τὸ πρῶτον.
Ἦχος α'
Τῶν οὐρανίων ταγμάτωνΤΟ ΑΚΟΥΤΕ
Τὸν ἀπερίγραπτον Λόγον καὶ ὑπερούσιον, τὸν οὐρανίοις θρόνοις, ἐποχούμενον δόξῃ, εἰσδέχεται ἀγκάλαις ὁ Συμεών, ἐκβοῶν· Νὺν ἀπόλυσον, κατὰ τὸ ῥῆμά σου Σῶτερ, ἡ τῶν πιστῶν, σωτηρία καὶ ἀπόλαυσις.

Βρέφος ὁρῶν σε ἐβόα ὁ θαυμαστὸς Συμεών, τὸν πρὸ αἰώνων Λόγον, ἐκ Πατρὸς γεννηθέντα. Φρίττω καὶ πτοοῦμαι χερσὶν ἐμαῖς, ἀγκαλίσασθαι Δέσποτα, ἀλλ' ἐν εἰρήνῃ τὸν δοῦλόν σου ἐκζητῶ, νῦν ἀπόλυσον ὡς εὔσπλαγχνος.

Νῦν ἀνοιγέσθω ἡ πύλη ἡ ἐπουράνιος, ὁ ἐκ Πατρὸς ἀχρόνως, γεννηθεὶς Θεὸς Λόγος, ἐτέχθη ἐκ Παρθένου, σάρκα λαβών, τὴν βροτείαν βουλόμενος, ἀνακαλέσασθαι φύσιν ὡς ἀγαθός, καὶ βαλεῖν ἐν δεξιᾷ τοῦ Πατρός.
Δόξα... Καὶ νῦν... Ἦχος δ'
Ἀνδρέου Κρήτης
Σήμερον ἡ Ἱερὰ Μήτηρ, καὶ τοῦ Ἱεροῦ ὑψηλοτέρα, ἐπὶ τὸ Ἱερὸν παραγέγονεν, ἐμφανίζουσα τῷ κόσμῳ, τὸν τοῦ κόσμου Ποιητήν, καὶ νόμου πάροχον, ὃν καὶ ἐν ἀγκάλαις ὑποδεξάμενος, ὁ πρεσβύτης Συμεών, γεραίρων ἐκραύγαζε. Νῦν ἀπολύεις τὸν δοῦλόν σου, ὅτι εἶδόν σε τὸν Σωτῆρα τῶν ψυχῶν ἡμῶν.

Εἰς τὸν Στίχον, Στιχηρὰ Προσόμοια,
Ἦχος β'
Οἶκος τοῦ Ἐφραθᾶ ΤΟ ΑΚΟΥΤΕ
Σήμερον ὁ Σωτήρ, ὡς βρέφος προσηνέχθη, ἐν τῷ ναῷ Κυρίου, καὶ χερσὶ γηραλέαις, ὁ Πρέσβυς τοῦτον δέχεται.

Στίχ. Νῦν ἀπολύεις τὸν δοῦλόν σου Δέσποτα, κατὰ τὸ ῥῆμά σου ἐν εἰρήνῃ Κύριε, ὅτι εἶδον οἱ ὀφθαλμοί μου, τὸ σωτήριόν σου,

Ἄνθραξ ὁ προοφθείς, τῷ θείῳ Ἡσαΐᾳ, Χριστὸν ὡς ἐν λαβίδι, χερσὶ τῆς Θεοτόκου, νῦν τῷ Πρεσβύτῃ δίδοται.

Στίχ. Φῶς εἰς ἀποκάλυψιν ἐθνῶν, καὶ δόξαν λαοῦ σου Ἰσραήλ.

Φόβῳ τε καὶ χαρᾷ, ἀγκάλαις τὸν Δεσπότην, ὁ Συμεὼν κατέχων, ζωῆς ᾐτεῖτο λύσιν, ὑμνῶν τὴν Θεομήτορα.
Δόξα... Καὶ νῦν... Θεοτοκίον
Δέχου ὦ Συμεών, ἡ Πάναγνος ἐβόα, ἐν ἀγκάλαις ὡς βρέφος, τὸν Κύριον τῆς δόξης, καὶ κόσμου τὸ σωτήριον.

Ἀπολυτίκιον Ἦχος α'
Χαῖρε κεχαριτωμένη Θεοτόκε Παρθένε· ἐκ σοῦ γὰρ ἀνέτειλεν ὁ Ἥλιος τῆς δικαιοσύνης, Χριστὸς ὁ Θεὸς ἡμῶν, φωτίζων τοὺς ἐν σκότει. Εὐφραίνου καὶ σὺ Πρεσβύτα δίκαιε, δεξάμενος ἐν ἀγκάλαις τὸν ἐλευθερωτὴν τῶν ψυχῶν ἡμῶν, χαριζόμενος ἡμῖν καὶ τὴν Ἀνάστασιν.

ΕΝ Τῼ ΜΕΓΑΛῼ ΕΣΠΕΡΙΝῼ

Εἰς τό, Κύριε ἐκέκραξα, ἱστῶμεν Στίχους ς' καὶ ψάλλομεν τὰ Ἰδιόμελα ταῦτα Στιχηρά, δευτεροῦντες αὐτά.
Ἦχος α'
Γερμανοῦ Πατριάρχου
Λέγε Συμεών, τίνα φέρων ἐν ἀγκάλαις, ἐν τῷ ναῷ ἀγάλλῃ; τίνι κράζεις καὶ βοᾷς; Νῦν ἠλευθέρωμαι· εἶδον γὰρ τὸν Σωτῆρά μου· Οὗτός ἐστιν, ὁ ἐκ Παρθένου τεχθείς, οὗτός ἐστιν ὁ ἐκ Θεοῦ Θεὸς Λόγος, ὁ σαρκωθεὶς δι' ἡμᾶς, καὶ σώσας τὸν ἄνθρωπον· Αὐτὸν προσκυνήσωμεν.

Δέχου Συμεών, ὃν ὑπὸ τὸν γνόφον, Μωσῆς νομοθετοῦντα, προεώρα ἐν Σινᾷ, βρέφος γενόμενον, νόμῳ ὑποταττόμενον. Οὗτός ἐστιν, ὁ διὰ νόμου λαλήσας οὗτός ἐστιν, ὁ ἐν Προφήταις ῥηθείς, ὁ σαρκωθεὶς δι' ἡμᾶς, καὶ σώσας τὸν ἄνθρωπον· Αὐτὸν προσκυνήσωμεν.

Δεῦτε καὶ ἡμεῖς, ᾄσμασιν ἐνθέοις, Χριστῷ συναντηθῶμεν, καὶ δεξώμεθα αὐτόν, οὗ τὸ σωτήριον ὁ Συμεὼν ἑώρακεν. Οὗτός ἐστιν, ὃν ὁ Δαυῒδ καταγγέλλει οὗτός ἐστιν, ὁ ἐν Προφήταις λαλήσας, ὁ σαρκωθεὶς δι' ἡμᾶς, καὶ νόμῳ φθεγγόμενος· Αὐτὸν προσκυνήσωμεν.
Δόξα... Καὶ νῦν... Ἦχος πλ. β'
Ἰωάννου Μοναχοῦ
Ἀνοιγέσθω ἡ πύλη τοῦ οὐρανοῦ σήμερον· ὁ γὰρ ἄναρχος Λόγος τοῦ Πατρός, ἀρχὴν λαβὼν χρονικήν, μὴ ἐκστὰς τῆς αὐτοῦ Θεότητος, ὑπὸ Παρθένου ὡς βρέφος τεσσαρακονθήμερον, Μητρὸς ἑκὼν προσφέρεται, ἐν ναῷ τῷ νομικῷ καὶ τοῦτον ἀγκάλαις εἰσδέχεται ὁ Πρέσβυς. Ἀπόλυσον κράζων, ὁ δοῦλος τῷ Δεσπότῃ· οἱ γὰρ ὀφθαλμοί μου εἶδον τὸ σωτήριόν σου, ὁ ἐλθὼν εἰς τὸν κόσμον, σῶσαι γένος ἀνθρώπων, Κύριε, δόξα σοι.

Εἴσοδος, Προκείμενον, καὶ τὰ Ἀναγνώσματα.

Τῆς Ἐξόδου τὸ Ἀνάγνωσμα
(Κεφ. 12, 51 & 13, 2 καὶ ἐκλογὴ)
Ἐλάλησε Κύριος πρὸς Μωσῆν τῇ ἡμέρᾳ ἐκείνῃ, ᾗ ἐξήγαγε τοὺς υἱοὺς Ἰσραὴλ ἐκ γῆς Αἰγύπτου, λέγων· ἁγίασόν μοι πᾶν πρωτότοκον πρωτογενές, διανοῖγον πᾶσαν μήτραν ἐν τοῖς υἱοῖς, Ἰσραήλ. Εἶπε δὲ Μωϋσῆς πρὸς τὸν λαόν· Μνημονεύετε τὴν ἡμέραν ταύτην, ἐν ᾗ ἐξήλθετε ἐκ γῆς Αἰγύπτου, ἐξ οἴκου δουλείας· ἐν γὰρ χειρὶ κραταιᾷ ἐξήγαγεν ὑμᾶς Κύριος ἐντεῦθεν. Καὶ φυλάξασθε τὸν νόμον αὐτοῦ. Καὶ ἔσται, ὡς ἂν εἰσαγάγῃ σε Κύριος ὁ Θεὸς εἰς τὴν γῆν τῶν Χαναναίων, ὃν τρόπον ὤμοσε τοῖς πατράσι σου, καὶ ἀφοριεῖς πᾶν διανοῖγον μήτραν τὰ ἀρσενικά τῷ Κυρίῳ. Ἐὰν δὲ ἐρωτήσῃ σε μετὰ ταῦτα ὁ υἱός σου λέγων· Τὶ τοῦτο; καὶ ἐρεῖς αὐτῷ· Ὅτι ἐν χειρὶ κραταιᾷ ἐξήγαγεν ἡμᾶς Κύριος ἐκ γῆς Αἰγύπτου, ἐξ οἴκου δουλείας. Ἡνίκα δὲ ἐσκλήρυνε Φαραὼ τοῦ ἐξαποστεῖλαι ἡμᾶς, ἀπέκτεινε Κύριος πᾶν πρωτότοκον ἐν γῇ Αἰγύπτου, ἀπὸ πρωτοτόκων ἀνθρώπων ἕως πρωτοτόκων κτηνῶν· διὰ τοῦτο ἐγὼ θύω τῷ Κυρίῳ πᾶν διανοῖγον μήτραν τὰ ἀρσενικά, καὶ πᾶν πρωτότοκον τῶν υἱῶν μου λυτρώσομαι. Καὶ ἔσται εἰς σημεῖον ἐπὶ τῆς χειρός σου, καὶ ἀσάλευτον πρὸ τῶν ὀφθαλμῶν σου, ὅτι οὕτως ἔφη Κύριος ὁ παντοκράτωρ. Ὅτι τὰ πρωτότοκα τῶν υἱῶν σου δώσεις ἐμοί. Καὶ ἔσται πᾶς ὃς ἂν τέξῃ παιδίον ἄρσεν, τῇ ἡμέρᾳ τῇ ὀγδόῃ περιτεμεῖ τὴν σάρκα τῆς ἀκροβυστίας αὐτοῦ. Καὶ τριάκοντα καὶ τρεῖς ἡμέρας οὐκ εἰσελεύσεται εἰς τὸ ἁγιαστήριον τοῦ Θεοῦ πρὸς τὸν ἱερέα, ἕως πληρωθῶσιν αἱ ἡμέραι τῆς καθάρσεως. Καὶ μετὰ ταῦτα προσοίσει τῷ Κυρίῳ ἀμνὸν ἐνιαύσιον ἄμωμον εἰς ὁλοκαύτωμα, καὶ νεοσσὸν περιστερᾶς, ἢ Τρυγόνος, ἐπὶ τὴν θύραν τῆς σκηνῆς τοῦ Μαρτυρίου πρὸς τὸν Ἱερέα· ἢ ἀντὶ τούτων, προσοίσει ἔναντι Κυρίου δύο νεοσσοὺς περιστερῶν, ἢ δύο τρυγόνας. Καὶ ἐξιλάσεται περὶ αὐτοῦ ὁ Ἱερεύς· ὅτι ἀπόδομα ἀποδεδομένοι οὗτοί μοι εἰσιν ἐκ πάντων τῶν υἱῶν Ἰσραήλ, καὶ εἴληφα αὐτούς, καὶ ἡγίασα αὐτούς ἐμοί, ἀντὶ τῶν πρωτοτόκων τῶν Αἰγυπτίων, ᾗ ἡμέρα ἐπάταξα πᾶν πρωτότοκον ἐν γῇ Αἰγύπτου, ἀπὸ ἀνθρώπου ἕως κτήνους, εἶπεν ὁ Θεὸς ὁ ὕψιστος, ὁ ἅγιος Ἰσραήλ.
Προφητείας Ἡσαΐου τὸ Ἀνάγνωσμα
( Κεφ. 6, 1-12)
Ἐγένετο τοῦ ἔτους, οὗ ἀπέθανεν Ὀζίας ὁ Βασιλεύς, εἶδον τὸν Κύριον καθήμενον ἐπὶ θρόνου ὑψηλοῦ καὶ ἐπηρμένου, καὶ πλήρης ὁ οἶκος τῆς δόξης αὐτοῦ. Καὶ Σεραφίμ εἱστήκεισαν κύκλῳ αὐτοῦ, ἓξ πτέρυγες τῷ ἑνὶ καὶ ἓξ πτέρυγες τῷ ἑνί, καὶ ταῖς μὲν δυσὶ κατεκάλυπτον τὰ πρόσωπα αὐτῶν, ταῖς δὲ δυσὶ κατεκάλυπτον τοὺς πόδας, καὶ ταῖς δυσὶν ἐπέταντο. Καὶ ἐκέκραγεν ἕτερος πρὸς τὸν ἕτερον καὶ ἔλεγον· “Ἅγιος, Ἅγιος, Ἅγιος Κύριος Σαβαώθ, πλήρης πᾶσα ἡ γῆ τῆς δόξης αὐτοῦ”. Καὶ ἐπήρθη τὸ ὑπέρθυρον ἀπὸ τῆς φωνῆς, ἧς ἐκέκραγον, καὶ ὁ οἶκος ἐνεπλήσθη καπνοῦ. Καὶ εἶπον. Ὢ τάλας ἐγώ! (ὅτι κατανένυγμαι) ὅτι ἄνθρωπος ὢν, καὶ ἀκάθαρτα χείλη ἔχων, ἐν μέσῳ λαοῦ ἀκάθαρτα χείλη ἔχοντος ἐγὼ οἰκῶ, καὶ τὸν Βασιλέα Κύριον Σαβαὼθ εἶδον τοῖς ὀφθαλμοῖς μου. Καὶ ἀπεστάλη πρὸς με ἓν τῶν Σεραφίμ, καὶ ἐν τῇ χειρὶ αὐτοῦ εἶχεν ἄνθρακα, ὃν τῇ λαβίδι ἔλαβεν ἀπὸ τοῦ θυσιαστηρίου. Καὶ ἥψατο τοῦ στόματός μου, καὶ εἶπεν· Ἰδού, ἥψατο τοῦτο τῶν χειλέων σου καὶ ἀφελεῖ τὰς ἀνομίας σου, καὶ τὰς ἁμαρτίας σου περικαθαριεῖ. Καὶ ἤκουσα τῆς φωνῆς Κυρίου λέγοντος· Τίνα ἀποστείλω; καὶ τὶς πορεύσεται πρὸς τὸν λαὸν τοῦτον; καὶ εἶπον· Ἰδοὺ ἐγὼ εἰμι, ἀπόστειλόν με. Καὶ εἶπε· Πορεύθητι, καὶ εἰπὲ τῷ λαῷ τούτῳ· Ἀκοῇ ἀκούσετε, καὶ οὐ μὴ συνῆτε, καὶ βλέποντες βλέψετε, καὶ οὐ μὴ ἴδητε. Ἐπαχύνθη γὰρ ἡ καρδία τοῦ λαοῦ τούτου, καὶ τοῖς ὠσί βαρέως ἤκουσαν, καὶ τοὺς ὀφθαλμοὺς αὐτῶν ἐκάμμυσαν, μὴ ποτε ἴδωσι τοῖς ὀφθαλμοῖς, καὶ τοῖς ὠσὶν ἀκούσωσι, καὶ τῇ καρδίᾳ συνῶσι, καὶ ἐπιστρέψωσι, καὶ ἰάσομαι αὐτούς· Καὶ εἶπα· Ἕως πότε, Κύριε; καὶ εἶπεν, Ἕως ἂν ἐρημωθῶσι πόλεις παρὰ τὸ μὴ κατοικεῖσθαι, καὶ οἶκοι παρὰ τὸ μὴ εἶναι ἀνθρώπους, καὶ ἡ γῆ καταλειφθήσεται ἔρημος. Καὶ μετὰ ταῦτα μακρυνεῖ ὁ Θεὸς τοὺς ἀνθρώπους, καὶ πληθυνθήσονται οἱ ἐγκαταλειφθέντες ἐπὶ τῆς γῆς.
Προφητείας Ἡσαΐου τὸ Ἀνάγνωσμα
(Κεφ. 19, 1-6, 12, 16, 19-21)
Ἰδοὺ Κύριος καθήσεται ἐπὶ νεφέλης κούφης, καὶ ἥξει εἰς Αἴγυπτον, καὶ σεισθήσεται τὰ χειροποίητα Αἰγύπτου ἀπὸ προσώπου αὐτοῦ, καὶ ἡ καρδία αὐτῶν ἡττηθήσεται ἐν αὐτοῖς. Καὶ ταραχθήσεται τὸ πνεῦμα αὐτῶν ἐν αὐτοῖς, καὶ τὴν βουλὴν αὐτῶν διασκεδάσω, καὶ παραδώσω τὴν Αἴγυπτον εἰς χεῖρας κυρίων σκληρῶν, τάδε λέγει Κύριος Σαβαώθ. Καὶ πίονται οἱ Αἰγύπτιοι ὕδωρ τὸ παρὰ θάλασσαν, ὁ δὲ ποταμὸς ἐκλείψει καὶ ξηρανθήσεται. Τάδε λέγει Κύριος· Ποῦ εἰσι νῦν οἱ σοφοί σου; καὶ ἀναγγειλάτωσάν σοι, καὶ εἰπάτωσαν· Τὶ βεβούλευται Κύριος Σαβαὼθ ἐπ' Αἴγυπτον τῇ ἡμέρα ἐκείνῃ ἔσονται οἱ Αἰγύπτιοι ὡς γυναῖκες, ἐν φόβῳ καὶ ἐν τρόμῳ ἀπὸ προσώπου τῆς χειρὸς Κυρίου Σαβαώθ, ἣν αὐτὸς ἐπιβαλεῖ αὐτοῖς. Καὶ ἔσται θυσιαστήριον τῷ Κυρίῳ ἐν χώρᾳ Αἰγυπτίων, καὶ στήλη πρὸς τὸ ὅριον αὐτῆς τῷ Κυρίῳ. Καὶ ἔσται εἰς σημεῖον εἰς τὸν αἰῶνα Κυρίῳ ἐν χώρᾳ Αἰγύπτου, ὅτι κεκράξονται πρὸς Κύριον, καὶ ἀποστελεῖ αὐτοῖς ἄνθρωπον, ὃς σώσει αὐτούς. Καὶ γνωστὸς ἔσται Κύριος τοῖς Αἰγυπτίοις, καὶ γνώσονται οἱ Αἰγύπτιοι τὸν Κύριον ἐν τῇ ἡμέρᾳ ἐκείνῃ, καὶ ποιήσουσι θυσίαν καὶ δῶρον, καὶ εὔξονται εὐχὰς τῷ Κυρίῳ, καὶ ἀποδώσουσι.

Εἰς τὴν Λιτήν, Στιχηρὰ Ἰδιόμελα.
Ἦχος α' Ἀνατολίου
Ὁ παλαιὸς ἡμερῶν, ὁ καὶ τὸν νόμον πάλαι ἐν Σινᾷ δοὺς τῷ Μωσεῖ, σήμερον βρέφος ὁρᾶται, καὶ κατὰ νόμον, ὡς νόμου Ποιητής, τὸν νόμον ἐκπληρῶν, ναῷ προσάγεται, καὶ τῷ Πρεσβύτῃ ἐπιδίδοται. Δεξάμενος δὲ τοῦτον Συμεὼν ὁ δίκαιος, καὶ τῶν δεσμῶν τὴν ἔκβασιν ἰδὼν τελεσθεῖσαν, γηθοσύνως ἐβόα· Εἶδον οἱ ὀφθαλμοί μου, τὸ ἀπ' αἰῶνος Μυστήριον ἀποκεκρυμμένον, ἐπ' ἐσχάτων τούτων ἡμερῶν φανερωθέν, φῶς διασκεδάζον, τῶν ἀπίστων ἐθνῶν τὴν σκοτόμαιναν, καὶ δόξαν τοῦ νεολέκτου Ἰσραήλ· διὸ ἀπόλυσον τὸν δοῦλόν σου, ἐκ τῶν δεσμῶν τοῦδε τοῦ σαρκίου, πρὸς τὴν ἀγήρω καὶ θαυμασίαν ἄληκτον ζωήν, ὁ παρέχων τῷ κόσμῳ τὸ μέγα ἔλεος.
Ὁ αὐτὸς
Ἰωάννου Μοναχοῦ
Σήμερον ὁ πάλαι τῷ Μωσεῖ, ἐν Σινᾷ νόμον ἐπιδούς, τοῖς νομικοῖς ὑποκύπτει θεσμοῖς, δι' ἡμᾶς εὔσπλαγχνος γεγονώς. Νῦν ὁ καθαρὸς Θεός, ὡς παιδίον ἅγιον, μήτραν διανοίξαν ἁγνήν, ἑαυτῷ ὡς Θεὸς συγκομίζεται, τῆς τοῦ νόμου κατάρας ἐλευθερῶν, καὶ φωτίζων τὰς ψυχὰς ἡμῶν.
Ἦχος β'
Ἀνδρέου Πυροῦ
Ὄνπερ οἱ ἄνω Λειτουργοὶ τρόμῳ λιτανεύουσι, κάτω νῦν ὁ Συμεών, ὑλικαῖς ἀγκάλαις δεχόμενος, τὸ θεῖον τοῖς ἀνθρώποις ἑνοῦσθαι ἐκήρυττε, καὶ βροτὸν τὸν οὐράνιον Θεὸν ὀπτανόμενος, ἀναχωρῶν τῶν ἐπὶ γῆς, χαρμονικῶς ἀνέκραζεν, ὁ τοῖς ἐν σκότει τὸ ἀνέσπερον φῶς ἀποκαλύπτων, Κύριε δόξα σοι.
Ὁ αὐτὸς
Γερμανοῦ
Σήμερον Συμεὼν ἐν ταῖς ἀγκάλαις, τὸν Κύριον τῆς δόξης ὑποδέχεται, ὃν ὑπὸ τὸν γνόφον πρώην ὁ Μωϋσῆς ἐθεάσατο, ἐν τῷ ὄρει τῷ Σινᾷ πλάκας δόντα αὐτῷ. Οὗτός ἐστιν, ὁ ἐν τοῖς Προφήταις λαλῶν, καὶ τοῦ νόμου Ποιητής, οὗτός ἐστιν ὃν ὁ Δαυῒδ καταγγέλλει, ὁ τοῖς πᾶσι φοβερός, ὁ ἔχων τὸ μέγα καὶ πλούσιον ἔλεος.
Ὁ αὐτὸς Γερμανοῦ
Οἱ δέ, Ἰωάννου Μοναχοῦ
Τὸν Ἱερὸν ἡ Ἱερὰ Παρθένος προσεκόμισεν, ἐν Ἱερῷ τῷ Ἱερεῖ, ἁπλώσας δὲ ἀγκάλας ὁ Συμεών, ἐδέξατο τοῦτον ἀγαλλόμενος, καὶ ἐβόησε· Νῦν ἀπολύεις τὸν δοῦλόν σου Δέσποτα, κατὰ τὸ ῥῆμά σου ἐν εἰρήνῃ Κύριε.
Ὁ αὐτός, Τοῦ αὐτοῦ
Ὁ Κτίστης οὐρανοῦ καὶ γῆς, ἐν ἀγκάλαις ἐβαστάζετο, ὑπὸ ἁγίου Συμεὼν τοῦ πρεσβύτου σήμερον· αὐτὸς γὰρ ἐν Πνεύματι Ἁγίῳ ἔλεγε· Νῦν ἠλευθέρωμαι, εἶδον γάρ τὸν Σωτῆρά μου.
Ὁ αὐτός, Ἀνατολίου
Οἱ δέ, Ἀνδρέου Ἱεροσολυμίτου
Σήμερον Συμεὼν ὁ πρεσβύτης, ἐν τῷ Ναῷ εἰσέρχεται, χαίρων τῷ πνεύματι τὸν Νομοδότην Μωσέως, καὶ πληρωτὴν τοῦ νόμου, ἀγκάλαις εἰσδέξασθαι· ἐκεῖνος μέν, διὰ γνόφου καὶ φωνῆς ἀμυδρᾶς, θεόπτης ἠξίωτο, καὶ κεκαλυμμένῳ προσώπῳ τῶν Ἑβραίων τὰς ἀπίστους καρδίας διήλεγξεν, οὗτος δέ, τὸν προαιώνιον Λόγον τοῦ Πατρός, σωματωθέντα ἐβάστασε, καὶ τῶν Ἐθνῶν ἀπεκάλυψε τὸ φῶς, τὸν Σταυρὸν καὶ τὴν Ἀνάστασιν. Καὶ Ἄννα Προφῆτις ἀναδείκνυται, τὸν Σωτῆρα λυτρωτὴν τοῦ Ἰσραὴλ κηρύττουσα. Αὐτῷ βοήσωμεν. Χριστὲ ὁ Θεὸς ἡμῶν, διὰ τῆς Θεοτόκου ἐλέησον ἡμᾶς.
Ἦχος δ'
Ἀνδρέου Κρήτης
Σήμερον ἡ Ἱερὰ Μητηρ, καὶ τοῦ Ἱεροῦ ὑψηλοτέρα, ἐπὶ τὸ Ἱερὸν παραγέγονεν, ἐμφανίζουσα τῷ κόσμῳ, τὸν τοῦ κόσμου Ποιητήν, καὶ τοῦ νόμου πάροχον, ὃν καὶ ἐν ἀγκάλαις ὑποδεξάμενος, ὁ πρεσβύτης Συμεών, γεραίρων ἐκραύγαζε· Νῦν ἀπολύεις τὸν δοῦλόν σου, ὅτι εἶδὸν σε τὸν Σωτῆρα τῶν ψυχῶν ἡμῶν.
Δόξα... Ἦχος πλ. α'
Τοῦ αὐτοῦ
Ἐρευνᾶτε τὰς Γραφάς, καθως εἶπεν ἐν Εὐαγγελίοις Χριστὸς ὁ Θεὸς ἡμῶν· ἐν αὐταῖς γὰρ εὑρίσκομεν αὐτόν, τικτόμενον καὶ σπαργανούμενον, τιθηνούμενον καὶ γαλακτοτροφούμενον, περιτομὴν δεχόμενον, καὶ ὑπὸ Συμεὼν βασταχθέντα, οὐ δοκήσει οὐδὲ φαντασίᾳ, ἀλλ' ἀληθείᾳ τῷ κόσμῳ φανέντα, πρὸς ὃν βοήσωμεν· ὁ πρὸ αἰώνων Θεός, δόξα σοι.
Καὶ νῦν... Ὁ αὐτὸς
Γερμανοῦ, οἱ δὲ Ἀνατολίου
Ὁ παλαιὸς ἡμερῶν, νηπιάσας σαρκί, ὑπὸ Μητρὸς Παρθένου τῷ Ἱερῷ προσάγεται, τοῦ οἰκείου νόμου πληρῶν τὸ ἐπάγγελμα, ὃν Συμεὼν δεξάμενος ἔλεγε. Νῦν ἀπολύεις ἐν εἰρήνῃ κατὰ τὸ ῥῆμά σου τὸν δοῦλόν σου· εἶδον γὰρ οἱ ὀφθαλμοί μου τὸ σωτήριόν σου Κύριε.

Εἰς τὸν Στίχον, Στιχηρὰ Ἰδιόμελα
Ἦχος βαρὺς
Κοσμᾶ Μοναχοῦ
Κατακόσμησον τὸν νυμφῶνά σου Σιών, καὶ ὑπόδεξαι τὸν Βασιλέα Χριστόν, ἄσπασαι τὴν Μαριάμ, τὴν ἐπουράνιον πύλην· αὕτη γὰρ θρόνος Χερουβικὸς ἀνεδείχθη, αὕτη βαστάζει τὸν Βασιλέα τῆς δόξης, νεφέλη φωτὸς ὑπάρχει ἡ Παρθένος, φέρουσα ἐν σαρκὶ Υἱὸν πρὸ Ἑωσφόρου, ὃν λαβὼν Συμεὼν ἐν ἀγκάλαις αὐτοῦ ἐκήρυξε λαοῖς, Δεσπότην αὐτὸν εἶναι, ζωῆς καὶ τοῦ θανάτου, καὶ Σωτῆρα τοῦ κόσμου.

Στίχ. Νῦν ἀπολύεις τὸν δοῦλόν σου Δέσποτα, κατὰ τὸ ῥῆμά σου ἐν εἰρήνῃ Κύριε, ὅτι εἶδον οἱ ὀφθαλμοί μου, τὸ σωτήριόν σου,

Τὸν ἐκλάμψαντα πρὸ αἰώνων ἐκ Πατρός, ἐπ' ἐσχάτων δὲ ἐκ μήτρας Παρθενικῆς, φέρουσα ἐν τῷ ναῷ, ἡ ἀπειρόγαμος Μήτηρ, τὸν ἐν Σιναίῳ νομοθετήσαντα ὄρει, τῇ διατάξει τῇ νομικῇ πειθαρχοῦντα, προσῆγεν Ἱερεῖ, πρεσβύτῃ καὶ δικαίῳ, Χριστὸν τὸν Κύριον, ἰδεῖν χρηματισθέντι, ὃν δεξάμενος Συμεὼν ἐν ταῖς ἀγκάλαις αὐτοῦ, ἠγαλλιάσατο βοῶν· Θεὸς ὑπάρχει οὗτος, Πατρὶ συναΐδιος, καὶ Λυτρωτὴς τῶν ψυχῶν ἡμῶν.

Στίχ. Φῶς εἰς ἀποκάλυψιν ἐθνῶν, καὶ δόξαν λαοῦ σου Ἰσραήλ.

Τὸν ὀχούμενον ἐν ἅρμασι Χερουβίμ, καὶ ὑμνούμενον ἐν ᾄσματι Σεραφίμ, φέρουσα ἐν ἀγκάλαις ἡ Θεοτόκος Μαρία, ἀπειρογάμως ἐξ αὐτῆς σαρκωθέντα, τὸν Νομοδότην νόμου, πληροῦντα νόμου τάξιν, ἐδίδου χερσὶ πρεσβύτου lερέως· ζωὴν δὲ φέρων, ζωῆς ᾐτεῖτο λύσιν, λέγων· Δέσποτα, νῦν ἀπόλυσόν με, μηνῦσαι τῷ Ἀδάμ, ὡς εἶδον ἄτρεπτον βρέφος, Θεὸν προαιώνιον, καὶ Σωτῆρα τοῦ κόσμου.
Δόξα... Καὶ νῦν... Ἦχος πλ. δ'
Ἀνδρέου Κρήτης
Ὁ τοῖς Χερουβὶμ ἐποχούμενος, καὶ ὑμνούμενος ὑπὸ τῶν Σεραφίμ, σήμερον τῷ θείῳ Ἱερῷ κατὰ νόμον προσφερόμενος, πρεσβυτικαῖς ἐνθρονίζεται ἀγκάλαις, καὶ ὑπὸ Ἰωσὴφ εἰσδέχεται δῶρα θεοπρεπῶς, ὡς ζεῦγος τρυγόνων τὴν ἀμίαντον Ἐκκλησίαν, καὶ τῶν ἐθνῶν τὸν νεόλεκτον λαόν, περιστερῶν δὲ δύο νεοσσούς, ὡς ἀρχηγὸς Παλαιᾶς τε καὶ Καινῆς. Τοῦ πρὸς αὐτὸν χρησμοῦ δὲ Συμεών, τὸ πέρας δεξάμενος, εὐλογῶν τὴν Παρθένον, Θεοτόκον Μαρίαν, τὰ τοῦ πάθους σύμβολα τοῦ ἐξ αὐτῆς προηγόρευσε, καὶ παρ' αὐτοῦ ἐξαιτεῖται τὴν ἀπόλυσιν βοῶν· Νῦν ἀπολύεις με Δέσποτα, καθὼς προεπηγγείλω μοι, ὅτι εἶδόν σε τὸ προαιώνιον φῶς, καὶ Σωτῆρα Κύριον τοῦ Χριστωνύμου λαοῦ.

Ἀπολυτίκιον Ἦχος α'
Χαῖρε κεχαριτωμένη Θεοτόκε Παρθένε· ἐκ σοῦ γὰρ ἀνέτειλεν ὁ Ἥλιος τῆς δικαιοσύνης, Χριστὸς ὁ Θεὸς ἡμῶν, φωτίζων τοὺς ἐν σκότει. Εὐφραίνου καὶ σὺ Πρεσβύτα δίκαιε, δεξάμενος ἐν ἀγκάλαις τὸν ἐλευθερωτὴν τῶν ψυχῶν ἡμῶν, χαριζόμενος ἡμῖν καὶ τὴν Ἀνάστασιν.
2 FEBBRAIO
YPAPANTÍ DEL SIGNORE,
DIO E SALVATORE NOSTRO GESú CRISTO
GRANDE VESPRO



Si salmeggia Beato l’uomo. Al Signore, ho gridato, 6 stichi e i seguenti stichirá idiómela da ripetere due volte.
Tono 1. Del patriarca Germano.
Di’ dunque, Simeone, * chi porti tra le braccia nel tempio, * per esultare cosí? * A chi gridi e acclami? * Ora sono stato liberato, * perché ho visto il mio Salvatore. * Questi è colui che è stato partorito dalla Vergine: * è il Verbo, Dio da Dio, * colui che per noi si è incarnato * e ha salvato l’uo­­mo. * Adoriamolo.
Accogli, Simeone, * colui che Mosè vide in pre­cedenza, nella caligine, * quando gli dava la Legge sul Sinai˚, * e che ora, divenuto bambino, * si assoggetta alla Legge. * Questi è colui che ha parlato * mediante la Legge; * questi è colui di cui è detto nei profeti, * colui che si è incarnato per noi * e ha salvato l’uomo. * Adoriamolo!
Venite, andiamo anche noi incontro a Cristo * con canti divinamente ispirati, * e accogliamo colui * di cui Simeone ha visto la salvezza˚. * Questi è colui che Davide annuncia; * que­sti è colui che ha parlato nei profeti, * colui che si è in­car­nato per noi * e che parla nella Legge. * Adoriamolo!
Gloria. Ora e sempre. Tono pl. 2. Di Giovanni monaco.
Si apra oggi la porta del cielo, * perché il Verbo eterno del Padre, * assunto un principio temporale, * senza uscire dalla sua divinità, * è presentato per suo volere al tempio della Leg­ge * da Vergine Madre, * come bimbo di quaranta giorni; * e il vegliardo lo prende tra le braccia, * gridando come servo al Sovrano: * Lascia che me ne vada, * perché i miei occhi han­no visto la tua salvezza˚. * O tu che sei venuto nel mondo * per sal­­­vare il genere umano, * Signore, * gloria a te.
Ingresso, Luce gioiosa, il prokímenon del giorno e le letture.
Lettura dell’Esodo (13,1-3.11s.14-16 e Lev 12, passim).
Il Signore parlò a Mosè nel giorno in cui condusse i figli d’Israele dalla terra d’Egitto, dicendo: Consacrami ogni primo parto, ogni primo nato che apre ogni grembo tra i figli d’Israele. Disse Mosè al popolo: Ricordatevi di questo giorno nel quale siete usciti dalla terra d’Egitto, dalla casa di schiavitú; poiché con mano potente il Signore vi ha tratti di là. E osservate la sua legge. E quando il Signore Dio ti introdurrà nella terra dei cananei, come ha giurato ai tuoi padri, separerai per il Signore ogni maschio che apre il grembo. E se in seguito tuo figlio ti chiederà: Perché questo?, tu gli dirai: Perché con mano potente il Signore ci ha tratti dalla terra d’Egitto, dalla casa di schiavitú. E quando il faraone si indurí e non voleva lasciarci partire, il Signore uccise ogni primo­genito della terra d’Egitto, dai primogeniti degli uomini fino a quelli degli animali. Per questo io immolo al Signore ogni maschio che apre il grembo, e riscatto il primogenito dei miei figli. E ciò sarà un segno sulla tua mano, e resterà fisso davanti ai tuoi occhi, perché cosí dice il Signore onnipotente: Tu darai a me i primogeniti dei tuoi figli.
E chiunque genererà un figlio maschio, il giorno ottavo circonciderà la carne del suo prepuzio. E per trentatré giorni non andrà nel santuario di Dio dal sacerdote finché siano compiuti i giorni della purificazione. Dopo porterà al Signore un agnello di un anno, senza macchia, come olocausto, e un piccolo di colomba o di tortora, alla porta della tenda della testimonianza, al sacerdote; oppure, in luogo di questo, por­terà al Signore, due piccoli di colomba o due tortore. E il sa­cer­dote farà la propiziazione per lui. Poiché questi mi sono dati come offerta tra tutti i figli d’Israele: li ho presi e li ho santificati per me, in luogo dei primogeniti d’Egitto, nel giorno in cui ho colpito ogni primogenito nella terra d’Egitto, dall’uomo fino al bestiame: dice il Signore Dio, l’Altissimo, il Santo d’Israele.
Lettura della profezia di Isaia (6,1-12).
L’anno della morte del re Ozia, vidi il Signore assiso su un trono eccelso ed elevato, e la casa era piena della sua gloria. Intorno a lui stavano serafini con sei ali ciascuno: con due si coprivano il volto, con due si coprivano i piedi, e con due volavano. E gridavano l’uno all’altro dicendo: Santo, santo, santo, il Signore sabaoth, piena è tutta la terra della sua gloria. E si sollevò l’architrave della porta per la voce del loro grido, e la casa si riempí di fumo. E io dissi: Me infelice! Sono preso da compunzione perché io che sono uomo, che ho labbra impure e vivo in mezzo a un popolo dalle labbra impure, ho visto con i miei occhi il Re, il Signore sabaoth.
E fu mandato a me uno dei serafini con in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dall’altare. Toc­cò la mia bocca e disse: Ecco, questo ha toccato le tue labbra, toglierà le tue iniquità e ti purificherà dai tuoi peccati. E udii la voce del Signore che diceva: Chi manderò? E chi andrà a questo popolo? E io dissi: Ecco­mi, manda me. E disse: Va’, e di’ a questo po­polo: Con le orecchie udrete e non compren­derete, guar­derete, ma non vedrete. Perché il cuore di questo popolo si è appe­san­tito e a fatica hanno udito con le orecchie, e hanno chiuso gli occhi per non vedere con gli occhi e non udire con le orecchie e col cuore comprendere, per convertirsi, in modo che io li guarisca. E dissi: Fino a quando, Signore? Rispose: Finché le città siano rese deserte, perché non vi saranno abitanti, e le case, perché non vi saranno uomini, e la terra sia lasciata deserta. Dopo ciò Dio allontanerà gli uomini, e si moltipli­che­ranno quelli che saranno stati lasciati sulla terra.
Lettura della profezia di Isaia (19 passim).
Ecco il Signore siede su una nube leggera: andrà in Egitto e saranno scossi dinnanzi al suo volto gli idoli dell’Egitto fatti da mano d’uomo, e in loro il loro cuore sarà vinto. E il loro spirito sarà in essi sconvolto. Dissiperò il loro consiglio e consegnerò l’Egitto in mano di duri padroni. Cosí dice il Signore sabaoth. Gli egiziani berranno l’acqua lungo il mare, mentre il fiume si esaurirà e si disseccherà. Cosí dice il Signore: Dove sono ora i tuoi sapienti? Ti annuncino dunque e dicano: Che cosa ha decretato il Signore sabaoth sull’Egitto? In quel giorno gli egiziani saranno come donne in timore e tremore di fronte alla mano del Signore sabaoth, che egli porrà su di loro. E vi sarà un altare per il Signore nel paese degli egiziani e una stele per il Signore presso il suo confine. E sarà per il Signore un segno eterno nel paese degli egiziani: essi grideranno al Signore ed egli manderà loro un uomo che li salverà. Il Signore sarà conosciuto dagli egiziani; gli egiziani conosceranno il Signore in quel giorno, gli offriranno un sa­crificio e un’offerta, faranno voti al Signore e li adempi­ranno.
Alla lití. Gloria. Tono pl. 1. Di Andrea di Creta.
Scrutate le Scritture˚, * come disse nei vangeli * il Cristo Dio nostro: * in esse infatti noi lo troviamo * partorito e avvolto in fasce, * allevato e allattato, * cir­conciso e portato da Simeone, * non in apparenza né co­me in una visione, * ma in verità apparso al mondo. * A lui ac­clamiamo: * O Dio che sei prima dei secoli˚, * gloria a te.
Ora e sempre. Stesso tono. Di Germano, oppure secondo altri, di Anatolio. I re magi di Persia.
L’Antico di giorni, divenuto bambino nella carne˚, * è por­­ta­to al santuario dalla Madre Vergine * per compiere quanto era dichiarato * dalla propria Legge. * Simeone, acco­gliendolo con gioia, diceva: * Ora lascia, o Sovrano, che il tuo servo * vada in pace secondo la tua parola; * perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza˚, * o Signore.
Allo stico, stichirá idiómela.
Tono grave. Di Cosma monaco.
Adorna il tuo talamo, o Sion, * e accogli il Re Cristo; * ab­braccia Maria, la celeste porta˚, * perché essa è di­venuta trono di cherubini˚, * essa porta il Re della gloria; * è nube di luce la Vergine * perché reca in sé, nella carne, * il Figlio che è prima della stella del mat­tino˚. * Simeone lo pren­de tra le braccia * e annuncia ai popoli * che egli è Signore del­la vita e della morte˚, * il Salvatore del mondo˚.
Stico: Ora lascia, o Sovrano, che il tuo servo vada in pace se­condo la tua parola: perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza.
La Madre ignara di nozze, * portando al tempio colui che prima dei secoli * dal Padre è rifulso, * e alla fine dei tem­pi, da grembo verginale˚, * presentava colui che sul monte Sinai * aveva dato la Legge, * e ora ubbidiva al comando della Legge, * al giusto e anziano sacerdote, * al quale era stato vaticinato * che avrebbe visto il Cristo Signore. * Accogliendolo tra le braccia, * Simeone esultò acclamando: * Dio è costui, * al Padre coeterno, * e Redentore delle anime nostre.
Stico: Luce per illuminare le genti, e gloria del tuo popolo Israele.
La Madre-di-Dio Maria, * recando tra le braccia * colui che è portato sui carri dei cherubini˚ * ed è celebrato con canti dai serafini˚, * da lei senza nozze incarnato, * metteva nelle mani del vecchio sacerdote * il datore della Legge che compiva l’ordine della Legge: * ed egli, por­tando la vita, * chiedeva di essere sciolto dalla vita, dicendo: * Ora lascia che io me ne va­da, o Sovrano, * per annunciare ad Adamo * che ho visto il Dio che è prima dei secoli˚ * senza mutamento fatto bambino, * e Sal­va­tore del mondo˚.
Gloria. Ora e sempre. Tono pl. 4. Di Andrea di Creta.
Colui che è portato dai cherubini˚ * e celebrato dai sera­fi­ni˚, * presentato oggi nel sacro tempio * secondo la Legge, * ha per trono le braccia di un vegliardo; * per mano di Giuseppe * riceve doni degni di Dio: * sotto forma di una coppia di tor­tore, * ecco la Chiesa incon­taminata * e il nuovo popolo eletto delle genti, * insieme a due piccoli di colomba˚ * per signi­fi­care che egli è principe * dell’antico e del nuovo patto. * Si­meo­ne, acco­gliendo il compimento * dell’oracolo che aveva ricevuto, * benedice la Vergine Madre-di-Dio Maria, * simbo­li­camente predicendole la passione * di colui che da lei era nato, * e a lui chiede di essere sciolto dalla vita, * gri­dan­do: * Ora la­scia che me ne vada, o Sovrano, * come mi ave­vi predetto, * per­ché io ho visto te, luce sempiterna, * e Signore Salvatore * del popolo che da Cristo prende nome.
Apolytíkion. Tono 1.
Gioisci, Madre-di-Dio Vergine piena di grazia˚: * da te infatti è sorto * il sole di giustizia˚, * Cristo Dio no­stro, * che illumina quanti sono nelle tenebre. * Gioisci anche tu, * o giusto vegliardo, * accogliendo fra le braccia * il libe­ratore delle anime nostre * che ci dona anche la risurrezione. 3 volte.
Congedo.
Colui che ha accettato di essere portato tra le braccia del giusto Simeone per la nostra salvezza, Cristo, vero Dio nostro...
Giovedì 2 Febbraio 2012
Si fa memoria:
Ypapantì, la presentazione di Gesù al Tempio




· Sinassario
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La festa dell'Ypapantì, o dell'Incontro di Nostro Signore, Dio e Salvatore Gesù Cristo, ha avuto origine a Gerusalemme. Da qui la festa si è diffusa in tutta la Chiesa. Nella Chiesa d'Occidente è stata mantenuta la solenne processione e la benedizione delle candele, come avveniva a Gerusalemme nel IV secolo, da cui il nome Candelora.
Questa festa, che chiude il ciclo della Natività secondo la carne di Nostro Signore, ci ricorda che il quarantesimo giorno dopo la nascita del suo figlio primogenito, Maria lo portò nel Tempio, secondo quanto prescritto dalla Legge mosaica, per offrirlo al Signore e per riscattarlo attraverso il sacrificio di una coppia di tortore o di colombi (Lc 2,22-37). In questa occasione colui che in precedenza aveva dato la Legge a Mosè si sottomette ai precetti della Legge, per testimoniare come, per amore degli uomini, si sia fatto uno di loro. Inoltre l'offerta di Gesù al Padre, compiuta nel Tempio, prelude alla sua offerta sacrificale sulla croce. Questo momento rappresenta anche la prima manifestazione di Gesù al suo popolo attraverso la persona di Simeone, ecco perché la festa si chiama "Ypapantì-Incontro".
Simeone, uomo ormai anziano, era da lungo tempo in attesa della salvezza di Dio, ma, per rivelazione divina, sapeva che non sarebbe morto fino a quando non avesse visto il Messia. Quel giorno, guidato dallo Spirito Santo, si recò al Tempio e quando vide Gesù, riconoscendolo, disse:
“Ora lascia, o Sovrano, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola; perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele” (Lc. 2,25-31).