venerdì 28 marzo 2014




         Shpëtò, o Zot, popullin tënt e bekò trazhgimin tënt mundje të besëmvet tue dhuruar mbi të mallkuamin e me kryjen tënde ruaj ti qvarrin tënde
Salva, Signore, il tuo popolo, * e benedici la tua eredi­tà° * dando ai re vittoria contro i barbari * e custo­den­do con la tua croce * la tua città.



      Sòson, Kìrie, ton laòn su ke evlòghison tin klironomìan su, nìkas tis evsevèvsi katà varvaron dhorùmenos ke to son filàtton dhià tu Stavrù su polìtevma.

O i lartësuar në krykjë tue dashur, rregjërìs s’re çë ka emërin tënt lipisit tote dhuroi Ti, o Krisht Perëndi. Dëfre me fuqin tënde qiverritarët tanë tue dhënë atyreve mundje kundra armiqëvet. Paçin ata ndihmën tënde, trofé të patundshëm.

O ipsothìs en do Stavrò *  ekusìos, * ti eponìmo su kenì * politìa, * tus iktirmùs su dhòrise, Christè o Theòs, * èf-franon en ti dhinàmi su  * tus pistùs àrchondas imòn *  nìkas chorigòn aftìs * katà ton polemìon.* Tin simmachìan èchien tin sin, * òplon irìnis * aìttiton tròpeon.

Krykjen tënde prosqinisjëm, o i Madh’yn’Zot, e Ngjalljen tënde të shejte lëvdojëm.
Ton Stavròn su proskinùmen, Dhèspota, ke tin aghìan su Anàstasin dhoxàzomen


Adoriamo la tua croce, o Sovrano,e glorifichiamo la tua santa risurrezione.





martedì 25 marzo 2014

                  Una parola di misericordia

 Icona di san Gabriele arcangelo ed evangelista (Saydnaya, Siria XVIII secolo)

L’annunciazione secondo Severo di Antiochia

                   Le parole dell’arcangelo turbano Maria e affliggono lo stesso arcangelo perché il suo annuncio va oltre la comprensione umana: «Gabriele poi era anche lui nell’afflizione, nella compassione verso di noi e nella misericordia, vedendo che il messaggio che l’annuncio proferito alla santa madre di Dio e vergine Maria era frainteso». Allora l’arcangelo, diventato quasi un mistagogo dell’incarnazione del Verbo di Dio, aggiunge parlando a Maria: «Ma non deve gettarti nel turbamento che io ti abbia annunziato la venuta di Dio; neppure devi pensare che si tratta di una nascita che avverrà da sé o in modo spontaneo. Sarà un concepimento secondo l’ordine naturale, ma la gestazione e la nascita saranno senza seme umano. Il Verbo di Dio infatti viene per raddrizzare la natura umana».
               Severo sottolinea poi che Gabriele già preannuncia la Pasqua di Cristo, redenzione per Adamo e per lo stesso ladrone accanto alla croce: «Queste parole aprono anche il paradiso chiuso dopo Adamo. E se il ladrone non fosse stato preannunciato nelle parole dell’arcangelo e non avesse creduto nel regno di Cristo che non ha fine, non avrebbe detto vedendo colui che era messo in croce: Ricordati di me quando verrai nel tuo regno. E mai un ladro sarebbe stato oggetto di una promessa, degna di Dio, se colui che era stato crocefisso non fosse immortale, e se non fosse stato un re senza inizio e senza fine, lui che si era volontariamente caricato per noi della croce nella sua carne e aveva assaggiato la morte che dà la vita».
             Il patriarca di Antiochia conclude l’omelia esortando il suo uditorio non soltanto a proclamare la propria fede nell’incarnazione del Verbo di Dio, ma a manifestarla nella propria vita: «Quando tu glorifichi Dio per mezzo delle parole, tu lo fai soltanto con la bocca e con la lingua, ma quando fai delle azioni degne dell’agire cristiano, allora innalzi la lode con mille bocche. Ognuno di coloro che ti vedono, glorifica Dio che per noi si è incarnato, perché attraverso il nostro agire è istruito da questi comandamenti degni e meravigliosi».
                 Fondamentale è infatti per il predicatore la testimonianza del cristiano: «Se qualcuno ti vede agire nella santità, e vede che tu disprezzi le ricchezze e che fai partecipare dei tuoi beni coloro che ne hanno bisogno, correrà nel suo pensiero verso la promessa futura e celebrerà il sole di giustizia che è Cristo, che con la sua risurrezione ha illuminato la terra e ha insegnato a disprezzare le cose temporali e ad acquisire invece i beni che durano e sono incorruttibili. Ma se ci allontaniamo di questi beni e ci lasciamo andare ai desideri e ci lasciamo incatenare dalle cose materiali, il cristianesimo sarà deriso, le speranze della risurrezione saranno cosa disprezzabile. 
           Questo non avvenga» esclama alla fine Severo, che invoca in conclusione «la grazia e l’amore per gli uomini del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo».

Dall 'Osservatore Romano del  24 marzo 2014  Manuel Nin


26 MARZO
    Sinassi dell’arcangelo Gabriele.
                                                                                     VESPRO

Al Signore, ho gridato, 3 stichirá prosómia della festa. Per rivelarti l’eterno consiglio 
Quindi stichirá prosómia dell’arcangelo.
Tono 1. Martiri degni di ogni lode.
Il sommo Gabriele, * l’intelletto pienamente deiforme, * risplendente e celeste, * che vede e contempla la Luce trisolare insieme alle superne schiere, * giungendo dalla Vergine le ha dato il buon annuncio * del divino e tremendo mistero: * egli intercede per le anime nostre.
Il grande mistero, * un tempo ignoto agli angeli˚, * e custodito dall’eterni­tà, * a te solo, Gabriele, è stato affidato, * e tu, giunto a Nazaret, * lo hai fidu­ciosa­mente rimesso alla sola pura: * insieme a lei prega * perché siano donate alle anime nostre * la pace e la grande misericordia˚.
Tu che sei sempre ricolmo di luce, * che fai la volon­tà dell’on­nipotente * e ne esegui gli ordini˚, * o Gabriele, ottimo princi­pe degli angeli, * salva quanti con amore ti onorano, * chiedendo sempre che siano donate alle anime nostre * la pace e la grande misericor­dia˚.
Gloria. Ora e sempre. Tono pl. 2. Di Giovanni monaco.
Fu mandato dal cielo l’arcangelo Gabriele * ad annun­ciare alla Vergine il concepimento. * Giunto a Nazaret, * rifletteva in se stesso sul prodigio * e ne era sbigottito: * Dunque l’inafferrabile * che è nel piú alto dei cieli * nasce da una vergine! * Colui che ha il cielo per trono * e la terra come sgabello˚ * si rinchiude nel grembo di una donna! * Colui che i serafini dalle sei ali˚ * e i cherubini dai molti occhi˚ * non possono fissare, * si compiace di incarnarsi da lei * in virtú della sola paro­la. * Colui che qui è presente * è il Verbo di Dio. * Che attendo dunque, * perché non parlo alla fanciulla? * Gioisci, piena di grazia, il Signore è con te˚; * gioisci, Vergine pura; * gioisci sposa senza nozze; * gioisci, Madre della vita. * Benedetto il frutto del tuo seno˚. 
Ingresso. Luce gioiosa, e le letture.
Lettura del libro dell’Esodo (3,1-8).
Mosè salí al monte di Dio, all’Oreb. Gli apparve l’an-
              gelo del Signore nella fiamma del fuoco da un roveto. Ed egli osservò che il roveto ardeva ma non si consumava. E Mosè disse: Voglio accostarmi per vedere questa grande visione, perché il roveto non brucia. Ma come il Signore vide che si accostava per vedere, il Signore lo chiamò dal roveto, dicendo: Mosè, Mosè! Ed egli disse: Che c’è, Signore? Ed egli: Non ti avvicinare; sciogli i calzari dai tuoi piedi, perché il luogo su cui stai è terra santa. Poi gli disse: Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe. Mosè allora distolse il volto perché non osava guardare in faccia a Dio. E il Signore disse a Mosè: Ho ben visto l’afflizione del mio popolo da parte dell’Egitto, e ho udito il loro grido a causa dei soprintendenti ai lavori. Conosco la loro sofferenza e sono sceso per liberarli dalla mano degli egiziani, condurli fuori da quella terra e introdurli in una terra buona e vasta, una terra da cui scorre latte e miele.
Lettura del libro dei Proverbi (8,22-30).
Il Signore mi ha creata quale principio delle sue vie, in
        vista delle sue opere. Prima dei secoli mi ha fondata, in pincipio, prima di fare la terra, prima di fare gli abissi, prima che scaturissero le sorgenti delle acque. Prima che fossero fissati i monti, prima di tutti i colli mi ha gene­rata. Il Signore ha fatto le regioni abitate e quelle deser­te, e le piú alte zone abitate della terra. Quando predi­sponeva il cielo, io ero con lui, e quando separava il suo trono sopra i venti. Quando rendeva potenti le nubi dei cieli, e quando assicurava le sorgenti della terra. Quando poneva un limite al mare - e le sue acque non lo oltrepas­se­ranno - e faceva robuste le fondamenta della terra, io ero presso di lui come ordinatrice. È in me che egli si rallegrava; e io ogni giorno gioivo al suo cospetto in ogni tempo.
Allo stico, stichirá prosómia.
Tono pl. 4. O straordinario prodigio!
Gabriele, principe delle superne schiere, * discende
             per salutare la Vergine, dicendo: * Gioisci, puro cocchio della Divinità! * Dall’eternità Dio ti ha amata, * e ti ha scelta come sua dimora˚. * Io, un servo, sono qui * per cantare l’avvento del tuo Sovrano: * Partorirai il Signore, restando incorrotta.          
Stico: Date di giorno in giorno il buon annuncio della sua sal­vezza.         
Che è mai questo tuo volto di fuoco? * chiese stupita la venerabile a Gabriele; * Che dignità è la tua, * e che senso hanno le tue parole? * Tu mi preannunci la nascita di un bambino, * ma io non ho esperienza di uomo. * Non cercare di ingannarmi con parole menzognere, o uomo, * come fece un tempo il serpente seduttore * con la progenitrice Eva.
Stico: Cantate al Signore un canto nuovo, cantate al Signore da tutta la terra.
Lo Spirito santissimo di Dio verrà su di te, * o pura Sovrana che accogli Dio: * ti adombrerà la potenza dell’Altissimo˚ * e partorirai un Figlio, * custodendo inalterata la tua verginità. * Costui è un Figlio senza genealogia˚, * e viene per salvare il suo popolo˚, * conforme al suo beneplacito.       
Gloria. Ora e sempre. Tono 4.
Il sesto mese * fu inviato l’arcangelo a una vergine pura; * ed egli rivolgendo­le il saluto ‘Gioisci’, * le annunciò che da lei * sarebbe venuto il Redentore. * Accolto dunque con fede il saluto, * essa concepí te, Dio che sei dall’eternità, * e che ineffabilmente ti sei compiaciuto di farti uomo * per la salvezza delle anime nostre.
Apolytíkion. Tono 4. Tu che volontariamente.
Capo supremo dei celesti eserciti, * noi indegni ti sup­plichia­mo: * con le tue preghiere sii per noi balu­ar­do; * custodisci al riparo delle ali * della tua gloria immate­riale * noi che ci prostriamo * e con insisten­za gridia­mo: * Liberaci dai pericoli, * tu che sei principe delle superne schiere.


25 MARZO
      ANNUNCIAZIONE
DELLA SANTISSIMA MADRE DIO
E SEMPRE VERGINE MARIA


VESPRO
Al Signore, ho gridato, 3 stichirá prosómia della festa, raddoppiandoli in modo da renderli 6.
Tono pl. 2. Riposta nei cieli.
Per rivelarti l’eterno consiglio, * si presentò Gabri­ele, o Vergine, * salutandoti e cosí parlando: * Gioi­sci, terra non seminata; * gioisci, roveto incombu­sto˚; * gioisci, abisso imperscrutabile; * gioisci, ponte che fa passare ai cieli * e scala elevata contempla­ta da Giacob­be˚; * gioisci, divina urna della manna˚; * gioisci, liberazione dalla maledizione˚; * gioisci, ritor­no di Adamo dall’esi­lio: * il Signore è con te˚.
Mi appari come uomo, * disse la Vergine incorrotta * al principe dell’esercito celeste: * come dunque pronunci parole * che oltrepassano l’uomo? * Mi hai detto infatti che Dio sarà con me * e prenderà dimora nel mio grembo: * ma, dimmi, come potrò divenire * ampio spazio e luogo di santità˚ * per colui che cavalca i cherubini?˚ * Non trarmi in inganno: * non ho conosciuto piacere, * sono estranea a nozze, * come dunque partorirò un figlio?  
Quando Dio vuole, * l’ordine della natura è superato, * rispo­se l’incorpo­reo, * e si opera ciò che oltrepassa l’uomo. * Credi alle mie veraci parole, * o santissima piú che immacolata. * Ed essa esclamò: * Mi avvenga dunque, secondo la tua parola˚, * e io partorirò colui che non ha carne, * che da me prenderà la carne * per ricon­durre l’uomo, grazie a questa unione, * alla digni­tà antica: * egli è il solo potente.
Gloria. Ora e sempre. Tono pl. 2. Di Giovanni monaco.
Fu mandato dal cielo l’arcangelo Gabriele * ad annun­ciare alla Vergine il concepimento. * Giunto a Nazaret, * rifletteva in se stesso sul prodigio * e ne era sbigottito: * Dunque l’inafferrabile * che è nel piú alto dei cieli * nasce da una vergine! * Colui che ha il cielo per trono * e la terra come sgabello˚ * si rinchiude nel grembo di una donna! * Colui che i serafini dalle sei ali˚ * e i cherubini dai molti occhi˚ * non possono fissare, * si compiace di incarnarsi da lei * in virtú della sola paro­la. * Colui che qui è presente * è il Verbo di Dio. * Che attendo dunque, * perché non parlo alla fanciulla? * Gioisci, piena di grazia, il Signore è con te˚; * gioisci, Vergine pura; * gioisci sposa senza nozze; * gioisci, Madre della vita. * Benedetto il frutto del tuo seno˚. 
Ingresso, Luce gioiosa, il prokímenon del giorno e le letture.
Lettura del libro della Genesi (28,10-17).
G­iacobbe partí dal pozzo del giuramento e si diresse
             verso Carran; si imbattè in un luogo e là si mise a dormire perché era tramontato il sole. Prese una delle pietre che erano lí, se le pose sotto il capo, si addormentò in quel luogo e sognò: ed ecco, una scala appoggiava sulla terra e la sua cima raggiungeva il cielo, e gli angeli di Dio salivano e scendeva­no su di essa, mentre il Signore vi si appoggiava, e gli disse: Io sono il Dio di Abramo tuo padre e il Dio di Isac­co, non temere: la terra su cui giaci, la darò a te e alla tua discendenza. E la tua discendenza sarà come la sabbia della terra, e si estenderà verso il mare, verso mezzogior­no, verso settentrione e verso oriente, e saranno benedette in te e nella tua discendenza tutte le tribú della terra. Ed ecco, io sono con te per custodirti in tutto il cammino che farai; e ti farò tornare in questa terra, perché non ti abbandonerò sinché io non abbia fatto tutto quello di cui ti ho parlato. E Giacobbe si destò dal suo sonno e disse: Il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo! Ebbe timore e disse: Quanto è tremendo questo luogo! Altro non è che la casa di Dio, e questa è la porta del cielo.
Lettura della profezia di Ezechiele (43,27-44,4).
A­ partire dal giorno ottavo, i sacerdoti offriranno sul­
             l’altare i vostri olocausti e i vostri sacrifici pacifici, e voi mi sarete accetti, dice il Signore. E mi fece volgere per la via della porta esterna del santuario che guarda ad oriente, ed essa era chiusa. E il Signore mi disse: Questa porta resterà chiusa, non verrà aperta e nessuno passerà per essa, perché per essa entrerà il Signore Dio d’Israele, e rimarrà chiusa. Poiché il principe, lui siede in essa per prender cibo. Entrerà per la via del portico della porta e per la sua via uscirà. E mi introdusse per la via della porta che guarda a settentrione, di fronte al tempio: e vidi, ed ecco, era piena di gloria la casa del Signore.
Lettura del libro dei Proverbi (9,1-11).
L­a sapienza si è costruita una casa e ha eretto a soste-
           gno sette colonne. Ha sgozzato i suoi animali, ha versato nel calice il suo vino e ha preparato la sua mensa. Ha mandato i suoi servi a invitare al banchetto con alto proclama, dicen­do: Chi è stolto si rivolga a me. E a quelli che mancano di senno dice: Venite, mangiate il mio pane e bevete il vino che ho mesciuto per voi. Abbandonate la stoltezza e vivrete, cercate la prudenza per poter aver vita e dirigere l’intel­ligenza con la conoscenza. Chi rimprovera dei malva­gi ne ricaverà per sé disonore e chi correggerà l’em­pio ne avrà biasimo, perché i rimproveri fatti all’empio sono per lui lividure. Non rimproverare dei malvagi perché non ti prenda­no in odio: rimprovera il saggio e ti amerà. Da’ un’opportu­nità al saggio e diventerà piú saggio, istrui­sci un giusto e continuerà ad accogliere istruzione. Princi­pio della sapien­za è il timore del Signore, e il consiglio dei santi è intelligenza. Conoscere poi la legge è cosa di una buona mente. In questo modo, infatti, vivrai a lungo e ti verranno aggiunti anni di vita.
Alla lití, stichirá idiómela. Tono 1. Di Byzas.
Il sesto mese, * fu inviato a te, Vergine e pura, * il prin-
        cipe delle schiere celesti˚ * per manifestarti il decreto di salvezza * e insieme per lodarti cosí: * Gioi­sci, piena di grazia, il Signore è con te: * partori­rai quale Figlio * colui che dal Padre prima dei secoli è gene­rato: * egli salverà il suo popolo dai suoi pecca­ti˚.         
Stesso tono. Di Anatolio.
Il sesto mese, * fu inviato dal cielo l’arcangelo Gabriele * in una città della Galilea di nome Nazaret * per portare alla Vergine messaggi di gioia. * E accostato­si a lei, * cosí esclamò: * Gioi­sci, piena di gra­zia, * il Signore è con te; * gioisci ricettacolo dell’incirco­scrivibile Natura: * il tuo grembo ha infatti racchiuso, * o bene­detta, * colui che i cieli non giungono a conte­nere. * Gioisci, venerabile, * tu che richiami dall’e­silio Adamo * e riscatti Eva, * tu, gioia del mondo * ed esultanza della nostra stirpe.
Fu inviato l’angelo Gabriele dal cielo, * da parte di Dio, ad una Vergine incontaminata, * in una città della Galilea, * chiamata Nazaret, * per darle il felice annun­cio * del singolare modo del concepimento. * Fu mandato un servo incorporeo * alla città vivente, alla porta spiri­tuale˚, * per manifestarle la discesa del Sovrano che viene. * Fu inviato un celeste guerriero * alla viven­te reggia della gloria * per preparare al Creato­re una dimora che non verrà meno. * Giunto a lei, egli gridava: * Gioi­sci, trono igniforme, * tu che sei ben piú gloriosa * dei cherubini dai quattro aspetti˚; * gioisci, celeste catte­dra del Re; * gioisci, montagna non tagliata˚, * augu­stissimo taber­nacolo: * in te infatti ha corporalmen­te preso dimora * tutta la pienezza della Divinità˚, * in virtú del benepla­cito dell’eterno Padre * e per la siner­gia del santissimo Spirito. * Gioisci, piena di grazia, * il Signore è con te.
Gloria. Ora e sempre. Tono 2. Di Cosma monaco.
Oggi Gabriele * porta l’annuncio alla piena di gra­zia: * Gioisci, Vergine senza nozze e di esse ignara. * Non stupirti né spaventarti * per la mia forma strana: * un arcangelo io sono. * Un serpente ingannò Eva un tempo, * ma ora io annuncio a te la gioia: * tu, rimanendo incor­rot­ta, * partorirai il Signore, * o immacolata.
Allo stico, stichirá idiómela. Tono 4.
Il sesto mese * fu inviato l’arcangelo a una vergine pura; * ed egli rivolgendole il saluto ‘Gioisci’, * le annunciò che da lei * sarebbe venuto il Redentore. * Accolto dunque con fede il saluto, * essa concepí te, che sei Dio dall’eternità, * e che ineffabilmente ti sei compiaciuto di farti uomo * per la salvezza delle anime nostre.
Stico: Date di giorno in giorno il buon annuncio della sua salvezza.
Una lingua sconosciuta * udí la Madre-di-Dio: * le parlava l’arcangelo, * con le parole della buona novella; * ed essa, accolto con fede il saluto, concepí te, * Dio che sei prima dei secoli. * Perciò noi, esul­tan­ti, a te acclamiamo: * O Dio che da lei * ti sei immuta­bil­mente incarnato, * dona al mondo la pace, * e alle anime nostre la grande misericordia˚.
Stico: Cantate al Signore un canto nuovo, cantate al Signore da tutta la terra.
Ecco, si manifesta ora per noi * la nostra riconcili­azione: * oltre ogni comprensione Dio si unisce agli uomini. * Alla voce di un arcangelo, * è dissipato l’inganno˚, * perché la Vergine accoglie la gioia: * tutto ciò che è terrestre * diviene cielo, * il mondo è sciolto dalla maledizione antica˚. * Esulti il creato * e faccia udire voci inneg­gianti: * O Creatore e Redentore nostro, * Signore, * gloria a te.      
Gloria. Ora e sempre. Tono 4. Di Andrea di Gerusalemme.
Oggi, annunci di gioia, * festa della Vergine! * Le realtà della terra * si congiungono a quelle del cielo; * Adamo è rinnovato; * Eva è liberata dalla tristezza di prima: * e la dimora della nostra stessa sostanza, * deificata da ciò che ha concepi­to, * è divenuta tempio di Dio. * O mistero! * Ignoto il modo del divino annienta­mento, * ineffabile il modo del concepimento. * Un angelo è ministro del prodigio; * un grembo verginale accoglie il Figlio; * lo Spirito santo viene inviato; * il Padre dall’alto esprime il suo benepla­cito, * e si opera questo incontro * per il loro comune volere. * In esso e per esso salvàti, * ad una sola voce con Gabriele, acclamiamo alla Vergine: * Gioisci, o piena di grazia * dalla quale ci viene la salvezza, * Cristo Dio nostro * che, assunta la nostra natura, * a sé l’ha innalzata. * Supplicalo per la salvezza delle anime nostre.
Apolytíkion. Tono 4.
Oggi è il principio della nostra salvezza * e la manife­stazione del mistero nascosto da secoli˚: * il Figlio di Dio * diviene Figlio della Vergine, * e Gabriele porta la buona novella della grazia. * Con lui dunque * accla­m­iamo alla Vergine: * Gioisci, piena di grazia, * il Signore è con te. 3 volte.

sabato 22 marzo 2014



La terza domenica della Grande Quaresima 


è un punto di svolta nel cammino, 

sotto diversi punti di vista. In questo contesto, è estremamente significativo il Synaxarion che descrive il senso della festa. 
Il Triodion, libro liturgico che contiene gli uffici quaresimali, attribuisce a Niceforo Callisto Xanthopulos i sinassari che ne spiegano le feste, la loro origine e la loro disposizione nel calendario liturgico. Egli è un prete della “Grande Chiesa” vissuto all’inizio del XIV secolo, conosciuto anche con il nome monastico (Nilo), probabile autore anche dei Sinassari per il santorale, tradotti in greco volgare e stampati a Venezia nel XVII secolo.
Presentando il tema dominante della terza domenica, Xanthopulos dice: “Oggi celebriamo la festa della venerazione della preziosa e vivificante Croce: poiché durante i quaranta giorni di digiuno noi in qualche modo crocifiggiamo noi stessi, mettendo a morte le passioni che abbiamo in noi, e abbiamo una sensazione di amarezza a causa della nostra negligenza o del nostro scoraggiamento, ecco che viene esposta la vivificante Croce, per rianimarci e sostenerci, per incoraggiarci ricordandoci le Sofferenze del nostro Signore Gesù Cristo. Se il nostro Dio si è lasciato crocifiggere per noi, non dobbiamo forse fare altrettanto per lui? ….. Noi siamo come quelli che, percorrendo un lungo e aspro sentiero, si affaticano, e vedendo un albero frondoso si siedono un momento alla sua ombra e poi, come ringiovaniti, continuano il loro viaggio. Così oggi, in questo tempo di digiuno, di cammino difficile e di sforzo, la Croce vivificante fu piantata in mezzo a noi dai santi Padri per procurarci riposo e ristoro, per renderci leggeri e coraggiosi in vista del compito che resta da fare… Questa settimana si trova nel mezzo della Quaresima, ed è paragonata alle acque di Mara a causa della contrizione, dello scoramento e dell’amarezza prodotte in noi dal digiuno: come quando il divino Mosè gettò il suo bastone in mezzo alla sorgente per addolcirne le acque, o come quando Dio ci ha salvato spiritualmente dal Mar Rosso e dal Faraone, così il legno della preziosa e vivificante Croce addolcisce l’amarezza di un digiuno di quaranta giorni e ci consola per questa nuova traversata del deserto, fino a giungere alla Gerusalemme mistica attraverso la sua risurrezione. E poiché la Croce è per noi l’albero della vita, piantato nel paradiso, i santi Padri l’hanno giustamente piantata nel mezzo della santa Quaresima, ricordandoci ad un tempo l’avidità di Adamo e come questa fu annullata per mezzo del nuovo albero, gustando il quale noi non moriamo più, ma siamo tenuti in vita”.
Troviamo già il tema della Croce nei manoscritti liturgici cui abbiamo fatto più volte riferimento, e possiamo quindi affermare che la venerazione odierna e per tutta la settimana che seguirà (la Croce resterà esposta al centro della Chiesa fino all’ora nona del venerdì seguente) si trova attestata nel X secolo, forse anche nel IX. 
    Prima della proclamazione delle letture nella Divina Liturgia si dava questo avviso: “Esorto la vostra carità, o fratelli amati da Cristo, se avete qualcuno che deve accostarsi al Santo Battesimo, sapendo che la Risurrezione di Cristo si avvicina, di condurlo domani nella nostra santissima chiesa affinché riceva il sigillo di Cristo, possa prepararsi ad esso mediante un ritiro ed essere catechizzato. Sappiate che per chi sarà presentato dopo questa settimana, a meno di una evidente necessità, non sarà tollerata l’ammissione”.
La pericope evangelica domenicale è Mc 8, 34 – 9, 1: Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, Gesù disse loro: “Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà. Che giova infatti all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima? E che cosa potrebbe mai dare un uomo in cambio della propria anima? Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo con gli angeli santi”. E diceva loro: “In verità vi dico: vi sono alcuni qui presenti, che non morranno senza aver visto il regno di Dio venire con potenza”.
È interessante il commento che san Cesario di Arles, vissuto nel V secolo, fa a questa pagina evangelica nel suo discorso 159: “Sembra difficile, se non impossibile, ciò che il Signore comandò di fare nel Vangelo, ma non è difficile compiere ciò che impone, considerando che egli stesso aiuta a compiere ciò che ordina… infatti come l’uomo muore amando se stesso, così si ritrova negando se stesso. La prima perdizione dell’uomo fu l’amore per se stesso: se non avesse amato se stesso con un ordine perverso, avrebbe anteposto Dio a se stesso, e avrebbe voluto essere suddito di Dio…. Cosa vuole significare l’espressione “prenda la sua croce”?... Quando comincerà a seguirmi secondo i miei mandati e i miei insegnamenti avrà molti avversari, molti che lo ostacoleranno, non avrà solo schernitori, ma anche persecutori… tu dunque, se desideri seguire Cristo, non rifiutarti di portare la sua croce: tollera i malvagi, non soccombere ad essi. E da dove bisogna iniziare a seguire Cristo se non da dove è partito? Infatti noi sappiamo che risorse e risalì al cielo: dobbiamo seguirlo! E non dobbiamo perdere la speranza, perché egli stesso lo promise, e non perché l’uomo di per sé può fare qualcosa. Vuoi seguire Cristo? Devi essere umile, proprio come lui lo fu: non disprezzare la sua umiltà se vuoi arrivare alla sua eccellenza. Certamente la via divenne ardua quando l’uomo peccò, ma ridivenne piana quando Cristo la calcò nella sua risurrezione, e da una strettissima via la trasformò in un cammino regale. Questa via deve essere attraversata con entrambi i piedi, ovvero con umiltà e carità… inizia dal primo gradino, l’umiltà, così potrai salire… devi amare il mondo, ma devi anteporre al mondo il suo Creatore…. Impegniamoci quanto più possibile perché non ci opprima questo amore per il mondo, perché non amiamo la creatura più del Creatore”.
San Leone Magno, nel suo Sermone 74, dice che “abbracciare la croce è uccidere le cupidigie, annientare i vizi; allontanarsi dalla vanità è rinunciare ad ogni errore: nessun impudico, nessun lussurioso, nessun superbo né avaro celebra la Pasqua del Signore”.



Autore: Pagani, Roberto  Curatore: Scalfi, P. Romano
Fonte: CulturaCattolica.it


lunedì 10 marzo 2014

Alle porte della Quaresima nelle omelie di Severo di Antiochia
Che il tuo digiuno alimenti Cristo che ha fame.

Lungo i sei anni di episcopato ad Antiochia dal 512 al 518, il patriarca Severo predicò ogni anno delle omelie alle porte del cammino quaresimale, e poi durante il grande digiuno dei quaranta giorni. Vorrei soffermami nelle omelie cattedrali XV predicata il 22 febbraio 513, e XXXIX predicata il 16 febbraio 514, millecinquecento anni fa. Si tratta di esortazioni al popolo antiocheno, con il digiuno come filo conduttore di ambedue le omelie.
All’inizio della prima delle omelie, Severo paragona la preparazione alla Quaresima all’allenamento degli atleti in vista alle gare che debbono portare a termine. In questo allenamento il digiuno è uno degli aspetti più importanti; e di questo digiuno gli apostoli sono i legislatori e i custodi: “E’ una legge che prima dei combattimenti gli atleti lottino gli uni contro gli altri… Anche io chiamo combattimento preliminare questi giorni e l’inizio del digiuno dei quaranta giorni… In questa chiesa fondata dagli apostoli che sono, dopo Cristo stesso, i legislatori e i custodi del digiuno… Loro che per mezzo del digiuno vogliono purificare la nostra anima e ripulire l’immagine di Dio, oscurata dalle passioni”. Per Severo il digiuno è qualcosa prescritta da Cristo stesso quando ha detto: «Tu, quando digiuni, ungiti la testa e lavati il viso»; e il Signore ci dà questo suo comandamento per due motivi: “…poiché vuole allontanarci dalla vanagloria ha detto questo, e così ci comanda di ungere e far brillare la testa del nostro uomo interiore, e lavare col digiuno gli occhi del nostro sguardo spirituale… inoltre la causa del digiuno è il nostro combattimento contro i demoni”. In questa lotta contro i demoni Cristo stesso diventa il nostro modello o piuttosto colui che incarnandosi ha lottato per noi. Severo antepone sempre in tutto il suo pensiero teologico la centralità dell’incarnazione: “Così, dopo la trasgressione di Adamo, il Verbo di Dio, rimanendo quel che era, si è fatto uomo per noi senza mutamento, e si è fatto suo questo combattimento che era nostro e si è assunto questa lotta contro il nostro nemico”.
Severo sottolinea come il digiuno del Signore nel deserto è di quaranta giorni come quello di Mosè ed Elia, e non superiore loro, per spingere il diavolo a lottare contro di lui e non fuggire di fronte a quello che sarebbe una sua manifestazione di natura divina: “Lui (il Signore) digiuna anche, e dopo quaranta giorni volontariamente ha fame anche lui, senza superare il digiuno di Mosè ed Elia, e così dare al nemico un’occasione di combattimento. Infatti se lui avesse superato i quaranta giorni, allora (il nemico) avrebbe avuto paura di combattere con lui, avendo scoperto la sua divinità e non come esempio per gli uomini”. Severo quindi spiega al suo uditorio il senso del digiuno quaresimale a partire da due parametri: quello della dimensione simbolica del numero quaranta, e quindi il collegamento con il giorno della Pasqua di Cristo stesso: “Vedete che noi digiuniamo quaranta giorni. Perché? Per poterci preparare all’ottavo giorno che è anche il primo, il giorno del Signore. Coloro che purificano otto volte i cinque sensi che sono le porte del peccato, cioè la vista, l’udito, il tatto, il gusto e l’odorato, digiunano quaranta giorni, per arrivare al giorno benedetto, giorno ottavo e primo. Infatti il numero cinque ripreso otto volte ci porta al numero quaranta…”.
Severo insiste nel vivere il digiuno non come una legge imposta ma come un dono, accolto nella gioia e nella gratuità: “Digiuna ogni giorno ben volentieri, ringraziando il Legislatore e Medico, e rallegrandoti sempre. E se non vuoi neanche accorgerti della durata di questi giorni, alimenta la tua anima con pensieri divini, e leggi le Sante Scritture e gli scritti dei dottori e dei mistagoghi della Chiesa… E se hai un lavoro manuale da fare, fallo normalmente … ma che la tua bocca canti dei salmi che riempiano di benedizione e di grazia il tuo lavoro”. E per evitare che il suo gregge si scoraggi lungo il cammino quaresimale, Severo lo esorta a frequentare le liturgie e le ufficiature della Chiesa: “Fa diventare la tua casa una chiesa, tu che hai ascoltato questi insegnamenti perfetti ed evangelici… Inoltre invece di dormire àlzati, va alla chiesa e ascolta l’ufficiatura dei salmi; e allora sarai toccato dall’amore divino… e mediterai giorno e notte la legge di Dio”.
Severo conclude l’omelia indicando quale deve essere l’atteggiamento profondo di colui che digiuna, quasi fosse una parafrasi della pericope di Mt 25: “Vorrei dire tante altre cose ma non c’è tempo. Dico soltanto questo al posto di tutto quello che dovrei dire: cioè colui che digiuna deve mettere nelle mani dei poveri il prezzo degli alimenti che avrebbe effettivamente mangiato se avesse fatto il pranzo, e che il suo digiuno alimenti Cristo stesso che ha fame. Così in questo Cristo vede che hai digiunato e hai illuminato la lampada dell’astinenza. Perché a lui non piace una perfezione, anche se reale, se manca la pietà.”
La seconda delle omelie citate all’inizio, sviluppa il tema del digiuno come combattimento; allo stesso modo che gli ebrei erano esortati da Mosè a lottare, anche i cristiani lo sono dal vescovo, altro Mosè in mezzo al popolo: “Mosè, il servitore di Dio, quando i figli di Israele uscivano a combattere, comandava ai sacerdoti di esortare il popolo al combattimento… Anche noi abbiamo la speranza di esortarvi con delle promesse ancora più grandi a voi che siete le truppe spirituali che vi preparate al combattimento del digiuno…”. Severo sviluppa ancora due altri aspetti legati al digiuno: Adamo come colui che doveva digiunare e non l’ha fatto e quindi i cristiani che digiunano come terapia spirituale: “In questo infatti consiste l’amore di Dio e la sua sollecitudine verso di noi… e nella sua misericordia ha permesso che ci sia un combattimento per farci apparire alla fine gloriosi e vittoriosi e partecipi dei beni eterni”.

P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco
Roma


domenica 9 marzo 2014

              ORARIO DELLE CELEBRAZIONI 
                                  DELLA
         SANTA E GRANDE QUARESIMA 2014

LUNEDI -VENERDI
Ore 8,30 : Mattutino -Orthros-
MARTEDI’
Ore 18.30: Compieta -Apodipnon-
MERCOLEDI’
Ore 18.30: Divina Liturgia della Projasmena
GIOVEDI’
Ore 18.30: Compieta- Apodipnon-
VENERDI’
Ore 15,30 Via Crucis( Mese di Marzo)
Ore 18.30: Divina Liturgia della Projasmena
SABATO
Ore 18.30: Vespro nella Chiesa dell'Odigitria in P.zza V.Emanuele

DOMENICA
Ore 07.30: Divina Liturgia di S. Basilio
Ore 10.30: Divina Liturgia di S. Basilio

Quaresima 2014

È l'ora del risveglio

Si avvicina il tempo della quaresima, tempo dei qua­ranta giorni precedenti la Pasqua, tempo da viver­si come penitenziale, impegnati nel rinnovamen­to della conversione, tempo che la Chiesa vive e ce­lebra dalla metà del IV secolo d.C. La quaresima – che la Chiesa con audacia chiama 'sacramento' ( annua quadragesimalis exercitia sa­cramenti: colletta della I domenica di Quaresima), cioè realtà che si vive per partecipare al mistero – è un tempo 'forte', con­trassegnato da un intenso impegno spirituale, per radunare tut­te le energie in vista di un mutamento del nostro pensare, par­lare e operare, di un ritorno al Signore dal quale ci allontania­mo, cedendo costantemente al male che ci seduce.
 
La prima funzione della quaresima è il risveglio della nostra coscienza: ciascuno di noi è un peccatore, cade ogni giorno in peccato e perciò deve confessarsi creatura fragile, sovente incapace di ri­spondere al Signore vivendo secondo la sua volontà. Il cristiano non può sentirsi giusto, non può ritenersi sano, al­trimenti si impedisce l’incontro e la comunione con Gesù Cri­sto il Signore, venuto per i peccatori e per i malati, non per quan­ti si reputano non bisognosi di lui (cf. Mc 2,17 e par.).
 
Con l’A­postolo il cristiano dovrebbe dire: «Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io» (1Tm 1,15). Ecco, riconoscere il proprio peccato è il primo passo per vivere la quaresima, e i padri del deserto a ragione ammoniva­no: «Chi riconosce il proprio peccato è più grande di chi fa mi­racoli e risuscita un morto».
 
Il cammino quaresimale si incomincia con questa consapevo-­lezza, e perciò la Chiesa prevede il rito dell’imposizione delle ceneri sul capo, con le parole che ne esprimono il significato: «Sei un uomo che, tratto dalla terra, ritorna alla terra, dunque convertiti e credi alla buona notizia del Vangelo di Cristo!». Co­sì si vive un gesto materiale, una parola assolutamente decisi­va per la nostra identità e chiamata.
 
Di conseguenza, nei 40 giorni quaresimali si dovrà intensifica­re l’ascolto della parola di Dio contenuta nelle sante Scritture e la preghiera; si dovrà imparare a digiunare per affermare che «l’uomo non vive di solo pane» (Dt 8,3; Mt 4,4; Lc 4,4); ci si do­vrà esercitare alla prossimità all’altro, a guardare all’altro, a di­scernere il suo bisogno, a provare sentimenti di com-passione verso di lui e ad aiutarlo con quello che si è, con la propria pre­senza innanzitutto, e con quello che si ha.
 
Per la quaresima di quest’anno papa Francesco ha invia­to, com’è consuetudine, un messaggio ai cattolici, ispi­randosi significativamente a un testo, anzi a un solo ver­setto densissimo di cristologia della Seconda lettera di Paolo ai Corinzi: «Conoscete la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi di­ventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2Cor 8,9). Anche Benedetto XVI nel messaggio quaresimale del 2008 si era lasciato ispirare dallo stesso versetto, che è davvero un’affermazione decisiva perché condensa in sé l’incarnazione del Figlio di Dio, mettendone nel contempo in risalto lo stile.
 
Sì, la fede della Chiesa di Corinto, fondata dall’A­postolo da pochissimi anni, confessa che Dio si è fatto uomo in Gesù, confessa che Gesù il Cristo, che era Figlio di Dio, che era Dio, al quale tutto ap­parteneva – potenza, eternità, ricchezza, gloria –, si è spogliato di tutte queste prerogative e si è dun­que fatto uomo tra di noi, uomo fragile, mortale, per essere in mezzo a noi, uno di noi, un figlio di Adamo come noi.
 
Ecco lo stile del nostro Dio, non di un qualsiasi Dio. Io amo dire che il nostro Dio è un «Dio al contra­rio » perché si rivela nella debolezza, nella povertà, nell’insuccesso secondo il mondo, nel servire noi anziché chie­dere il nostro servizio. Questo è scandaloso, perché noi abbia­mo l’immagine – che gli uomini sempre fabbricano e rinnova­no – di un Dio potente, che regna, che si impone.
 
Se il nostro Dio è un «Dio al contrario» rispetto alle nostre attese monda­ne, anche suo Figlio, l’Inviato nel mondo, il Messia, è un «Mes­sia al contrario». Non è venuto nello splendore, nella gloria, nel­la straordinarietà di teofanie che abbagliano, ma nella povertà, nascendo non a caso in una stalla, come uno che non ha tro­vato un luogo in cui venire al mondo neppure in un caravanserraglio (cf. Lc 2,7).
 
Questo, lo sappiamo, è «lo scandalo della croce» (Gal 5,11), è ciò che lo stesso Paolo confessa nella Lettera ai Filippesi, in quell’inno che contiene il medesimo movimento: dal cielo alla terra, dalla condizione di Dio a quella mortale, da Signore a schiavo, da On­nipotente a crocifisso in una morte ignominiosa, «obbediente fino alla morte, e alla morte di croce» (cf. Fil 2,6-8). Citando il concilio, papa Francesco ri­corda: «Dio in Gesù ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con intelligenza d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo» ( Gaudium et spes 22).
 
È in questa povertà che Gesù, il Figlio di Dio, ha volu­to stare con noi, essere l’Emanuele, il Dio-con-noi (cf. Is 7,14; Mt 1,23). Questa sua povertà, che era kénosis, svuotamento, abbassamento, ha permesso a Gesù la prossimità a noi, il condividere la nostra condizione, e dunque gli ha permesso di amare nell’empatia e nel­la simpatia per noi.
 
E così ci ha insegnato la via della fiducia, del servizio, dell’«amore fino alla fine» (cf. Gv 13,1), della compassione e del perdono. Quella po­vertà che il Messia ha assunto è diventata per noi una via di ricchezza, certo non mondana, ma una ricchezza di comunione con Dio stesso e con tutti gli uomini. In questo messaggio, dunque, papa Francesco non fa soltanto un’esortazione morale ai cristiani, ma ricorda innanzitutto la fonte di ogni azione cristiana: la fede.
 
Dalla fede, infatti, scaturisce l’autentica carità; è conoscendo vera­mente Gesù Cristo che noi possediamo la vita per sempre (cf. Gv 17,3); è conformandoci a lui nella nostra vita, è vivendo co­me lui ha vissuto e con il suo stile che possiamo seguirlo e par­tecipare al suo Regno. Questo riguarda ciascuno di noi e ri­guarda la Chiesa tutta.
 
Sempre nel concilio Vaticano II si legge un passo purtroppo po­co ricordato, ma profondamente ispirato alla lettura dell’in­carnazione fatta da Paolo: «Come Cristo ha realizzato la sua o­pera di redenzione nella povertà e nelle persecuzioni, così pu­re la Chiesa è chiamata a percorrere la stessa via per comuni­care agli uomini i frutti della salvezza… e benché per eseguire la sua missione abbia bisogno di mezzi umani, la Chiesa non è fatta per cercare la gloria sulla terra» ( Lumen gentium 8).
 
Dopo la confessione della fede, ossia il fondamento teologico, papa Francesco richiama brevemente la necessaria testimo­nianza dei cristiani. Come Dio ha voluto salvare gli uomini con la povertà, così la Chiesa e ogni cristiano devono percorrere la stessa via, perché la «ricchezza di Dio» può essere accolta e o­perare là dove c’è la povertà umana. E dove c’è la povertà uma­na – lo constatiamo ogni giorno a partire dalla conoscenza di noi stessi – là c’è anche la miseria.
 
La povertà è la nostra condi­zione umana fragile e la miseria si insinua in essa minaccian­do fortemente l’humanitas , il nostro cammino di umanizza­zione. La povertà è la condizione in cui è possibile conoscere la beatitudine («Beati voi poveri»: Lc 5,20); la miseria è il degrado della povertà, è l’alienazione, l’oppressione e la schiavitù che in essa si può insinuare, contraddicendo la dignità e la vocazione dell’uomo.
 
Il nostro Dio, rivelatosi ai figli di Israele con la loro liberazione dalla schiavitù d’Egitto, è un Dio che «ascoltò il loro lamento, si ricordò della sua alleanza…, guardò la loro condizione e se ne diede pensiero» (Es 2,24-25). Così si è rivelato Dio e così noi dobbiamo fare. Innanzitutto «ascoltare» l’altro, gli altri: ascol­tarli nel loro essere uomini e donne, fratelli e sorelle in umanità.
 
È decisivo l’ascolto dell’altro, prima di ogni nostra scelta o com­prensione di lui: là dove c’è un uomo, una donna, io devo met­termi in ascolto. Dopo l’ascolto dell’altro, il cristiano 'ricorda' che anche lui è stato ascoltato da Dio, anzi che Dio lo ha pre­ceduto in ogni sua ricerca di comunione, e dunque deve rico­noscere la paternità di Dio che fonda nella fede la fraternità e la sororità. Ecco allora il «guardare», che non significa solo ve­dere, ma avvicinarsi e guardare l’altro negli occhi, volto contro volto, negando ogni lontananza.
 
Soprattutto oggi, immersi come siamo nella comunica­zione in tempo reale, ma senza incontrare nella realtà l’al­tro, dobbiamo vigilare che la prossimità sia sempre e­sercitata come un passo che decidiamo per rendere l’al­tro prossimo (cf. Lc 10,36). E infine, quando sappiamo guarda­re l’altro e discernere il suo bisogno, la sua sofferenza sempre diversa, quando riconosciamo la sua singolarità nel patire, al­lora «ci diamo pensiero», ci prendiamo cura di lui, come fa il no­stro Dio!
 
Così facendo, scopriremo la miseria materiale, il bisogno di ci­bo, vestito e casa, presente nell’altro; scopriremo la miseria mo­rale, l’alienazione al vizio, la degradazione delle per­sone in cammini di schiavitù, che spingono uomini e donne sulla via della morte, vittime della storia e dell’egoismo umano; scopriremo anche la miseria spirituale di chi è alienato agli idoli, non conosce u­na vita interiore, non dà senso alla propria vita.
 
Il pa­pa ci invita dunque alla diakonía, parola del Nuovo Testamento che indica il servizio agli altri. Se il Figlio di Dio si è fatto povero per stare in mezzo a noi, per essere come noi, si è fatto anche «servo» per servir­ci, per piegarsi davanti a noi, per lavarci i piedi (cf. Gv 13,1-15): «Io sto in mezzo a voi come colui che ser­ve » (Lc 22,27), ha detto Gesù.
 
Questo il denso messaggio delle parole di papa Fran­cesco, che così conclude, citando ancora una volta Paolo: «Sì, noi siamo come afflitti, ma sempre lieti; come poveri, ma capaci di arricchire molti; come gente che non possiede nulla e invece possediamo tutto» (2Cor 6,10). Se davvero tutti i cristiani cattoli­ci, sulla traccia fornita da papa Francesco, tentasse­ro con risolutezza di vivere questa quaresima, allo­ra la riforma della Chiesa che tanti aspettano e chie­dono a Francesco potrebbe muovere i primi passi. Ma si smetta di chiedere al papa di operare lui ciò che riguarda tutti noi e che dovrebbe farci mutare qual­cosa della nostra vita cristiana: dovrebbe farci ope­rare la conversione, nulla di più, nulla di meno.

 
Enzo Bianchi  
(articolo tratto da www.avvenire.it)
 

 
 
 
 

martedì 11 febbraio 2014


Messaggio del Santo Padre Francesco 
per la 22ª Giornata Mondiale del Malato 

(11 febbraio 2014) 
Fede e carità: «Anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (1Gv 3,16) 

Cari fratelli e sorelle,
1. In occasione della XXII Giornata Mondiale del Malato, che quest’anno ha come tema Fede e carità: «Anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (1Gv 3,16), mi rivolgo in modo particolare alle persone ammalate e a tutti coloro che prestano loro assistenza e cura. La Chiesa riconosce in voi, cari ammalati, una speciale presenza di Cristo sofferente. E’ così: accanto, anzi, dentro la nostra sofferenza c’è quella di Gesù, che ne porta insieme a noi il peso e ne rivela il senso. Quando il Figlio di Dio è salito sulla croce ha distrutto la solitudine della sofferenza e ne ha illuminato l’oscurità. Siamo posti in tal modo dinanzi al mistero dell’amore di Dio per noi, che ci infonde speranza e coraggio: speranza, perché nel disegno d’amore di Dio anche la notte del dolore si apre alla luce pasquale; e coraggio, per affrontare ogni avversità in sua compagnia, uniti a Lui.
2. Il Figlio di Dio fatto uomo non ha tolto dall’esperienza umana la malattia e la sofferenza, ma, assumendole in sé, le ha trasformate e ridimensionate. Ridimensionate, perché non hanno più l’ultima parola, che invece è la vita nuova in pienezza; trasformate, perché in unione a Cristo da negative possono diventare positive. Gesù è la via, e con il suo Spirito possiamo seguirlo. Come il Padre ha donato il Figlio per amore, e il Figlio ha donato se stesso per lo stesso amore, anche noi possiamo amare gli altri come Dio ha amato noi, dando la vita per i fratelli. La fede nel Dio buono diventa bontà, la fede nel Cristo Crocifisso diventa forza di amare fino alla fine e anche i nemici. La prova della fede autentica in Cristo è il dono di sé diffondersi dell’amore per il prossimo, specialmente per chi non lo merita, per chi soffre, per chi è emarginato.
3. In forza del Battesimo e della Confermazione siamo chiamati a conformarci a Cristo, Buon Samaritano di tutti i sofferenti. «In questo abbiamo conosciuto l’amore; nel fatto che egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (1Gv 3,16). Quando ci accostiamo con tenerezza a coloro che sono bisognosi di cure, portiamo la speranza e il sorriso di Dio nelle contraddizioni del mondo. Quando la dedizione generosa verso gli altri diventa lo stile delle nostre azioni, facciamo spazio al Cuore di Cristo e ne siamo riscaldati, offrendo così il nostro contributo all’avvento del Regno di Dio.
4. Per crescere nella tenerezza, nella carità rispettosa e delicata, noi abbiamo un modello cristiano a cui dirigere con sicurezza lo sguardo. È la Madre di Gesù e Madre nostra, attenta alla voce di Dio e ai bisogni e difficoltà dei suoi figli. Maria, spinta dalla divina misericordia che in lei si fa carne, dimentica se stessa e si incammina in fretta dalla Galilea alla Giudea per incontrare e aiutare la cugina Elisabetta; intercede presso il suo Figlio alle nozze di Cana, quando vede che viene a mancare il vino della festa; porta nel suo cuore, lungo il pellegrinaggio della vita, le parole del vecchio Simeone che le preannunciano una spada che trafiggerà la sua anima, e con fortezza rimane ai piedi della Croce di Gesù. Lei sa come si fa questa strada e per questo è la Madre di tutti i malati e i sofferenti. Possiamo ricorrere fiduciosi a lei con filiale devozione, sicuri che ci assisterà, ci sosterrà e non ci abbandonerà. È la Madre del Crocifisso Risorto: rimane accanto alle nostre croci e ci accompagna nel cammino verso la risurrezione e la vita piena.

5. San Giovanni, il discepolo che stava con Maria ai piedi della Croce, ci fa risalire alle sorgenti della fede e della carità, al cuore di Dio che «è amore» (1Gv 4,8.16), e ci ricorda che non possiamo amare Dio se non amiamo i fratelli. Chi sta sotto la Croce con Maria, impara ad amare come Gesù. La Croce «è la certezza dell’amore fedele di Dio per noi. Un amore così grande che entra nel nostro peccato e lo perdona, entra nella nostra sofferenza e ci dona la forza per portarla, entra anche nella morte per vincerla e salvarci…La Croce di Cristo invita anche a lasciarci contagiare da questo amore, ci insegna a guardare sempre l’altro con misericordia e amore, soprattutto chi soffre, chi ha bisogno di aiuto» (Via Crucis con i giovani, Rio de Janeiro, 26 luglio 2013).
Affido questa XXII Giornata Mondiale del Malato all’intercessione di Maria, affinché aiuti le persone ammalate a vivere la propria sofferenza in comunione con Gesù Cristo, e sostenga coloro che se ne prendono cura. A tutti, malati, operatori sanitari e volontari, imparto di cuore la Benedizione Apostolica. 


martedì 4 febbraio 2014

PRESENTAZIONE DEL MESSAGGIO DEL PAPA PER LA QUARESIMA 2014: 

"DISTINZIONE IMPORTANTE TRA POVERTÀ E MISERIA"

Città del Vaticano, 4 febbraio 2014 (VIS). Questa mattina, presso la Sala Stampa della Santa Sede, ha avuto luogo la conferenza stampa di presentazione del Messaggio del Santo Padre per la Quaresima 2014. Alla conferenza stampa sono intervenuti il Cardinale Robert Sarah, Presidente del Pontificio Consiglio "Cor Unum", il Monsignor Giampietro Dal Toso, Segretario, il Monsignor Segundo Tejado Muñoz, Sotto-Segretario del medesimo Pontificio Consiglio e i Coniugi Davide Dotta e Anna Zumbo, Missionari in Haiti.

Prima della presentazione, il Presidente di "Cor Unum" ha annunciato che si recherà ad Haiti nel marzo prossimo per inaugurare una scuola finanziata a nome del Santo Padre come segno della sua vicinanza al popolo haitiano, colpito nel 2010 da un terremoto che ha causato oltre 220 mila morti e coinvolto complessivamente 3 milioni di persone.

Successivamente il Cardinale Sarah ha spiegato che il testo del Messaggio del Papa per la Quaresima 2014 è dedicato al tema della povertà e alla povertà di Cristo in particolare, un concetto molto caro a Papa Francesco, che dall'inizio del suo Pontificato ha voluto mettere un'enfasi particolare su questa dimensione della vita del cristiano. "Infatti - ha detto il Cardinale - la visione cristiana della povertà non è la stessa che governa il comune sentire. Troppo spesso si considera la povertà semplicemente nella sua dimensione sociologica e la si comprende come mancanza di beni. Inoltre il concetto di 'Chiesa povera per i poveri' viene spesso evocato come forma di contestazione alla Chiesa, purtroppo anche opponendo una Chiesa dei poveri, una Chiesa buona, una Chiesa che fa il bene, una Chiesa la cui missione principale sarebbe quella della promozione sociale, ad una Chiesa della predicazione e della verità, ad una Chiesa dedita alla preghiera e alla difesa della dottrina e della morale".

"Il primo riferimento per un cristiano per capire la povertà infatti è Cristo, che si è fatto povero per arricchirci della sua povertà. (...) La scelta della povertà da parte di Cristo ci suggerisce che esiste una dimensione positiva della povertà, che peraltro risuona anche nel Vangelo, che proclama beati i poveri. È evidente che in questa dimensione della povertà c’è un aspetto di spoliazione e di rinuncia. Ma ciò è possibile perché la vera 'ricchezza di Gesù è il suo essere il Figlio'. Non pensiamo di mettere a posto le nostre coscienze borghesi - vuole dire il Papa - denunciando la mancanza di beni di altri o denunciando la povertà come sistema. (...) Il messaggio quaresimale che oggi presentiamo si diffonde su una distinzione importante tra povertà e miseria. Non è la povertà, che è un atteggiamento evangelico, ma è la miseria che vogliamo combattere. (...) Il Santo Padre nel suo discorso enumera tre tipi di miseria: la miseria materiale, la miseria morale e la miseria spirituale. La prima 'tocca quanti vivono in una condizione non degna della persona umana… Di fronte a questa miseria la Chiesa offre il suo servizio, la sua diakonia, per andare incontro ai bisogni e guarire queste piaghe che deturpano il volto dell’umanità'. La miseria morale 'consiste nel diventare schiavi del vizio e del peccato'. Questa 'forma di miseria, che è anche causa di rovina economica, si collega sempre alla miseria spirituale, che ci colpisce quando ci allontaniamo da Dio e rifiutiamo il suo amore'".
"Credo che proprio questa visione ampia della povertà, della miseria, e di conseguenza dell’aiuto che la Chiesa offre all’uomo, ci aiutino anche ad una visione più completa di chi è l’uomo e dei suoi bisogni, senza cadere in un riduzionismo antropologico che pretende di risolvere i problemi della persona solo perché ha risolto i problemi del suo benessere fisico e materiale".

Il Presidente di "Cor Unum" ha ricordato a questo proposito che nell'Esortazione Apostolica "Evangelii gaudium", Papa Francesco scrive: "L’opzione preferenziale per i poveri deve tradursi principalmente in un’attenzione religiosa privilegiata e prioritaria”. "Tutti capiamo - ha spiegato il Cardinale - che questa frase è centrale proprio per non trasformare la Chiesa in quella ONG di cui Papa Francesco parlava nella sua prima Santa Messa da Pontefice ai Padri Cardinali. Guai se il nostro sguardo a chi è nel bisogno prescindesse da quella miseria spirituale che spesso si annida nel cuore dell’uomo e lo fa soffrire profondamente, anche se ha a disposizione molti beni materiali. (...) Ma se vogliamo cogliere in pienezza il messaggio di Papa Francesco dobbiamo declinarlo nella sua valenza antropologica. L’uomo per natura è figlio di Dio. Questa è la sua ricchezza! La grande colpa della cultura moderna è di aver pensato ad un uomo felice senza Dio, negando così ciò che di più profondo c’è nella persona, cioè il suo legame esistenziale con un Padre che gli dà la vita. (...) Così come è un delitto privare il povero della presenza di Dio, così è un delitto considerare l’uomo e far vivere l’uomo come se Dio non ci fosse, negare la creaturalità e dunque la profonda appartenenza, la figliolanza dell’uomo rispetto a Dio. (...) L’opera di sviluppo non può perciò essere quella di provocare nuovi bisogni indotti, ma di prendere sul serio cosa è la persona".